Fabula XIX (prima parte)

Bartoli mi passa la ricevuta con la sua solita risata stentorea. «Oh, tutto a posto finalmente!»
Provo a sorridere in risposta. «Già. Mi dispiace per il ritardo.»
Lui fa ondeggiare la testa a destra e a sinistra. Gli rimangono pochi capelli, dello stesso grigio del suo completo da lavoro perfettamente stirato. È più alto di me, e nonostante l’età la camicia fa fatica a contenere quel torace massiccio. «È già la terza volta negli ultimi mesi che fa aspettare per l’affitto. Il padrone di casa si è lamentato.» Come al solito la sua voce è così alta che penso nell’ufficio l’abbiano sentito tutti. Si sporge al di sopra della scrivania e mi posa una delle sue manone sulla spalla. Mi agito sulla poltroncina, un po’ a disagio sotto gli sguardi che sono certo di stare attirando.  «Sta avendo dei problemi col lavoro, eh?»
«No, davvero, è solo un periodo un po’ lento…» cerco di rassicurarlo.
Mi fissa per un attimo, poi annuisce e torna a sedersi. «Certamente. Allora ci vediamo puntuali il mese prossimo, sì?»
Confermo l’appuntamento mentre salto in piedi, poi raggiungo l’uscita il più in fretta possibile, a testa bassa per evitare di incrociare gli sguardi di altri clienti e dipendenti e passare il resto della giornata a chiedermi cosa si saranno immaginati da quello che hanno sentito.
Silva mi aspetta sulla porta dell’agenzia, appoggiata contro il muro. Tra le braccia conserte regge una copia del “Municipale”. Appena mi vede si tira su. «Dai, accompagnami agli uffici» dice, avviandosi senza aspettare una risposta. «Ma che hai combinato là dentro? C’era così tanto chiasso che l’ho sentito da qui!»
«Ovviamente» borbotto. Imbocchiamo un viale in cui gli alberi sono spariti da tempo, lasciando solo dei buchi lungo i marciapiedi. «Era Bartoli. Mi segue da quando ho affittato casa, è lui che mi ha aiutato a trovarla e si occupa dei versamenti al proprietario. Brava persona, ma parla a volume troppo alto e si prende troppa confidenza.» È una mattina quasi luminosa. Il traffico di bici ci scorre accanto regolare, nonostante ci siano più auto del solito per strada. «A proposito, non so come ringraziarti. Ti restituirò tutto appena possibile.»
«Lascia perdere, alla fine la colpa è mia. Ti ho coinvolto nel mio lavoro, e non sono riuscita a farti avere neanche uno straccio di rimborso spese. Te lo dovevo.»
«Non mi devi nulla.» È stato imbarazzante chiedere un prestito a Silva. Ma meno di quanto sarebbe stato chiederle di ospitarmi a casa sua dopo essere stato sfrattato. «E non succederà di nuovo. Mi hanno detto che la nuova moda nelle scuole medie sono i corsi di affascino, stanno cercando insegnanti.»
«Vogliono insegnare a degli undicenni a fare fatture? Non lo sanno che i primi a essere maledetti a morte sarebbero i professori?»
«Forse è un modo creativo per ridurre il personale.»
«E poi cosa ne sai tu di quella roba?»
«Conosco la teoria. E non credo che qualcuno voglia che dei ragazzini imparino davvero a fare legamenti d’amore. Saranno probabilmente lezioni di tipo generale, difensivo…»
Silva si volta a fissarmi. «È quello che vuoi fare?»
«Pensare a quello che voglio fare è un lusso che non posso permettermi.» Sbuchiamo nella piazza al termine del viale, superando un gruppetto di poliziotti in tenuta antisommossa. Oggi qui dovrebbe esserci il mercato rionale, ma all’alba sono passati per le strade messi municipali armati di megafono a dare l’annuncio: dopo gli scontri di ieri notte al Capro, in tutta la città sono stati vietati gli assembramenti e l’accesso al rione è bloccato. «Perché me lo chiedi?»
«Perché ho l’impressione che tu stia cominciando a prendere gusto al lavoro che stiamo facendo insieme. Insomma, hai iniziato anche a indagare da solo…»
«Ti ho già promesso che non lo rifarò! E comunque è andato tutto bene, no?»
gradini-chiesaSulla nostra sinistra c’è una chiesa, un edificio dall’aria relativamente recente e dalla facciata spoglia e severa. Sul portone, chiuso e bloccato con delle assi, qualcuno ha cominciato a scrivere il Padre Nostro in vernice azzurra, ma è arrivato solo alla “c” di cieli. È separata dal piano della piazza da alcuni gradini di marmo, e Silva ci si va a sedere, disturbando i piccioni che li avevano occupati.
«Guarda che per una volta non ti stavo rimproverando!» Scuote la testa. «Comunque sì, sei ancora vivo, se è quello che intendi per “andare tutto bene”.»
«Ho anche trovato un sospettato.» Mi metto a sedere accanto a lei. «E quella Mila…»
«Lo so, lo so. È solo che una venditrice di souvenir sembra davvero improbabile come assassino.»
«Potremmo almeno indagare, vedere cosa riusciamo a scoprire su di lei.» Di fronte a noi c’è un palazzo a cinque piani, largo e dalle pareti gialline, con due eleganti portoni davanti ai quali stazionano quattro lemuri, vestiti con cappe, calzamaglie e farsetti sbiaditi e sbrindellati, i volti coperti da maschere bianche e le mani strette intorno a lunghe picche dalla punta arrugginita. L’insegna appesa al balcone in ferro battuto del primo piano recita EXO in grosse lettere scure.
«L’ho detto che ci stai prendendo gusto.»
«O forse sei tu che hai perso interesse.» Mi appoggio con la schiena al gradino dietro di me. Le nuvole oggi sono di un grigio chiarissimo. Danno l’impressione di potersi aprire e lasciar passare un raggio di sole da un momento all’altro. «Abbiamo cominciato perché volevi screditare Folco e Davelli. Ma la stampa non ha parlato del caso, e dopo la morte della cantante e quello che è successo ieri probabilmente non ne parlerà mai. E Davelli si è anche fatto male, dicevi.»
«Un paio di fratture. Ma la voce che gira in ufficio è che sia successo mentre affrontavano un qualche mostro pericolosissimo, una specie di semidio guardiano. Sanno sempre come farsi pubblicità, quei due stronzi.»
«Comunque saranno fuori gioco per un po’. Se davvero vuoi togliergli il posto dovresti pensare solo a farti reintegrare e ottenere ufficialmente il caso mentre non ci sono. O magari fartene dare uno più importante. Con quello che sta succedendo sono certo che non mancheranno.»
Silva non mi guarda. Ha gli occhi fissi sull’edificio della compagnia, sul viavai di gente che attraversa i portoni passando indifferente accanto agli spettri che montano la guardia. «Sinceramente ci ho pensato, sì. Ma mi assegnerebbero un altro operatore, non potresti più lavorare con me.»
«Beh, io avrò i miei corsi per ragazzini sociopatici con manie di controllo.»
«Stronzate. Dimmi la verità: se ti dicessi di tirarti fuori da questa storia e di tornare alla tua vita, con tante scuse per la follia in cui ti ho trascinato, tu potresti assicurarmi che lo faresti e non ti impicceresti mai più in niente che abbia a che fare con monacelli morti?»
«Ma…» La risposta che vorrei darle è Ma certo, però non riesco a tirarla fuori. Non volevo essere coinvolto, no. Non volevo vedere cadaveri, essere aggredito da spiriti, mentire, passare notti insonni a cercare di mettere insieme idee e intuizioni. L’ho fatto per aiutare Silva. E se lei non ha più bisogno di me, la cosa migliore è tornare alla mia vita normale. E alla ricerca di un modo serio per pagare l’affitto.  «Io…» Questo non è il mio mondo, so a malapena cosa sto facendo. Sarebbe una scelta ragionevole e altruista. Non ci sarebbe nulla di male. Se solo riuscissi a far uscire di bocca quelle maledette parole!
«Aah, lo sapevo.» Silva si alza di scatto. «Tu sei coglione quanto Salvo! Cazzo, dovevo immaginarlo, all’università prendevano te per suo fratello, tanto eravate simili.»
«Aspetta, che c’entra Salvo adesso?»
«Questa roba, il mistero, il pericolo, ti piace! Ti esalta, ti eccita come eccitava lui. E anche lui era praticamente incapace di badare a se stesso!» Forse è la rabbia, ma le macchie arancioni nei suoi occhi sembrano più larghe e vivide. «Se anche adesso ti chiedessi di smettere tu non lo faresti, vero?»
«Non parlarmi come se fossi un tossico o un bambino!» Mi alzo anche io. «Sei stata tu a chiedermi di aiutarti, e non hai nessun bisogno di fare scenate se non ti servo più. Me ne vado e basta.»
«Non reggeresti un giorno prima di ricominciare a ficcare il naso!»
«Non…» Non è vero dovrei gridare. «Non sono problemi tuoi!» è quello che riesco a dire. Bella frase da idiota. Le volto le spalle e mi allontano. Ok, forse ha ragione su qualcosa. Giusto un po’. Mi è piaciuto ritrovarmi in mezzo a questa storia, più di quanto credessi. Ma non sono un matto né un suicida, e sono capace di controllarmi. Non sono il tipo che va a infilarsi da solo in un tempio di non-morti che forse ospita un assassino. Non due volte, perlomeno. Non senza un buon piano…
Da dietro le spalle un braccio mi viene passato intorno al collo, bloccandomi in una stretta. Riconosco la manica della giacca di pelle di Silva prima di sentire la sua voce che mi sussurra all’orecchio. «No, non te ne vai. Ho già perso di vista il mio operatore una volta. Non lo farò succedere di nuovo.»
Oh, è di quello che si tratta. Mi sento così stupido. Sospiro. «Silvia, quello che è successo a Salvo non è colpa tua. Nessuno poteva prevedere una cosa del genere.»
Sento il suo volto poggiarsi contro la mia schiena. «Io ero quella attenta e responsabile dei due. E un agente deve proteggere il suo operatore.»
«Io non sono Salvo, e non sono neanche davvero il tuo operatore. Non devi…»
Mi lascia andare il collo e mi si piazza davanti. Ha gli occhi lucidi, ma la solita espressione decisa. «No. Quest’indagine è nostra. Ti ci ho tirato dentro, ci abbiamo lavorato insieme dall’inizio. Mi dispiace per quello che ho detto prima. Non si molla un partner a metà strada.»
«Lascia perdere.»
«No, voglio chiudere questa faccenda insieme a te. Per favore…»
Dovrei rassicurarla e andare via. Dimostrare a me e a lei che posso farlo, che non deve preoccuparsi della mia incolumità, che mi sono davvero messo a indagare solo per darle una mano e…
«Va bene, capo.» Stupida bocca che parla in automatico!
Silva sorride e mi prende per un braccio. «Ma non ti illudere, quando sarà finita ti farò passare la voglia di fare cose così pericolose, a costo di carbonizzarti gli alluci.»
«Ehi!»
«Shh! Silenzio adesso, e cerca di avere un’aria professionale.» Mi spinge in avanti, attraverso la piazza.
«Perché?»
«Se vogliamo fare progressi veri a questo punto ci servono altre risorse.» Indica l’edificio di fronte a noi. «Sei mai stato negli uffici della EXO?»

(continua qui)

photo credit: James Broad via photopin cc

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