Intermezzo – Malombra

Nel corso degli anni ho finito per sospettare di averla sognata, quella casa. Un sogno vivido e ricorrente, mescolato con frammenti di realtà, coltivato e ingigantito dalla mia mente di bambino fino a travestirsi da ricordo, e cresciuto distorto e deforme a causa della continua innaffiatura con pillole e alcol che ho riservato al mio cervello.
Ma, per quanto fosse un sospetto plausibile, non sono mai riuscito a convincermene fino in fondo. “Plausibile”, del resto, è una parola che per me non ha mai avuto molto senso.

Quella davanti a cui passavo ogni giorno, mentre andavo e tornavo da scuola, era una di quelle case a due piani vecchie e pretenziose, dalle facciate decorate e circondate da recinto e giardinetto, che si incontrano inaspettate lungo anonime strade di città, soffocate tra due condomini che fanno del loro meglio per schiacciarle. Villette di campagna assorbite dalla periferia dilagante e sopravvissute alla mania edilizia, per ostinazione o perché brave a nascondersi e farsi dimenticare. Case che spesso non è chiaro se siano disabitate o solo trascurate, in cui non entra e da cui non esce mai nessuno, ma che mantengono un aspetto ordinato nella loro progressiva decadenza fatta di ruggine che si espande piano piano sui ferri dei balconi e della recinzione, di piante infestanti che prendono possesso del cortile poco alla volta, di vetri delle finestre che diventano sempre più sporchi, finché non si riesce più a vederci attraverso.
La mia aveva le pareti dipinte di un rosa pallido che iniziava a venire via, e sembrava essere stata schiacciata ai lati, restringendosi e allungandosi. Ero certo che le finestre e la porta non potessero essere state così alte dall’inizio. Un minuscolo vialetto lastricato portava dal cancello alla porta, ed era sovrastato da un brutto lampione in ferro battuto decorato con foglie di vite che reggeva una lampada a forma di lanterna stradale.
E il lampione che sto guardando adesso gli somiglia tantissimo, piantato in questo cortiletto invaso dai rampicanti, davanti a quella casa troppo stretta e dai muri scrostati, ma su cui si intravedono ancora tracce di intonaco rosa. La strada non è la stessa, certo, e neanche il quartiere. Non sono neanche sicuro che sia ancora la stessa città. Ma dalla Frattura la topografia è diventata molto più fluida.
Porto la bottiglia alle labbra e butto giù un sorso di birra, indugiando davanti al cancello. Può davvero essere la stessa casa? Da lontano mi arrivano la musica e i rumori del festival dei morti. Dalle mie spalle, invece, le parole impazienti del cliente che mi ha ingaggiato allo stand della fiera.
«Oh, allora?»
«Arrivo.» Ha capelli imbiancati prematuramente, occhi arrossati e un’andatura incerta. Gli spettri che lo tormentano non ci sono andati piano. Devono essere particolarmente ostinati, o lui dev’essere particolarmente in bolletta, per aver aspettato i giorni del mundus patet, quando gli esorcismi sono più facili e quelli come me lavorano a tariffe scontate, per liberarsene.
Mentre lo seguo lo sento borbottare a proposito dei fattucchieri e degli ubriachi. Il disprezzo è concentrato soprattutto sulla prima parola. Potrei prendere a calci in culo qualsiasi necromante con un ufficio e una targa lucida alla porta, ma mi ha pescato per strada, quindi non posso aspettarmi che mi chiami in un altro modo.
E se ho imparato una lezione, nella vita, è di non fare caso al modo in cui la gente si rivolge a me. Sono stato un ragazzino magro, pallido e silenzioso, e mi vestivo con colori scuri ogni volta che avevo la possibilità di decidere sui miei abiti. Mia nonna, quando credeva che non la sentissi, chiedeva a mia madre «Ma che ha quel bambino? Pare la malombra!».
Non capivo cosa volesse dire, ma ero certo che questa “malombra” avesse a che fare con la cosa che sussurrava attraverso il grande specchio nella camera dei miei, ogni volta che ero nelle vicinanze. Avevo preso la precauzione di non entrare mai in quella stanza da solo, ma la cosa mi ripeteva spesso, quando ero a portata di voce, che una qualche notte sarebbe uscita dallo specchio del bagno per prendermi. Per molto tempo ho frustrato mio padre e gli schiaffi con cui cercava di farmi smettere di bagnare il letto.
A scuola andava meglio. Ero bravo a passare inosservato. Sì, ogni tanto gli altri ridevano comunque di me, ma da lontano. Non sentire cosa dicevano rendeva la cosa più sopportabile. Se non fosse stato per quei tre…
Finisco in fretta il lavoro. Non commento quando prendo i soldi, anche se ho capito che il motivo per cui il cliente ha aspettato il festival è che noi fattucchieri da strada raramente facciamo domande o parliamo con la polizia. Vado via il più rapidamente possibile.
Me la prendo comoda per tornare alla fiera, per cercare di liberarmi dal retrogusto di marcio che mi ha lasciato addosso quell’esorcismo. Non c’è neanche un bar nei dintorni per darmi una mano a riprendermi.
La casa invece è ancora là. Ora che è quasi buio il lampione è acceso, e immerge il cortile in una luce di un arancione intenso.
Ricordo anche quella. Le volte che tornavo da scuola nel pomeriggio perché avevo dovuto partecipare a qualche attività di cui non fregava niente a nessuno, tipo le lezioni di musica, la vedevo splendere lungo la via del ritorno. Anche se la casa sembrava abbandonata, il fatto che qualcuno accendesse quella luce dimostrava il contrario. Quello e l’uomo sui gradini, ovviamente.
Alle volte non lo vedevo, mentre mi avvicinavo, ma, quando arrivavo all’altezza del cancello, se il lampione era acceso lui era sempre lì, in piedi ai margini di quella chiazza luminosa. Era alto e cupo, ma quando si accorgeva del mio sguardo sorrideva sempre, scoprendo i denti che si coloravano di arancione. Splendevano come specchi. Era un sorriso che mi ricordava la cosa della camera da letto, per questo ignoravo sempre i cenni che mi rivolgeva per convincermi ad avvicinarmi.
Poi, un giorno in cui il maestro di musica ci aveva fatto passare più tempo del solito a torturare i flauti, quei tre mi presero proprio vicino alla casa.
Non ricordo più i loro nomi, ormai, anche se per un paio d’anni sono stati il centro del mio mondo e dei miei pensieri. Non credevo avrei mai potuto dimenticarli. Uno veniva in classe con me, un piccoletto lentigginoso e non tanto sveglio. Gli altri erano un paio d’anni più grandi, uno spilungone coi capelli cortissimi e un biondo dalla faccia porcina. Quei tre non si limitavano a indicarmi e ridere da lontano, come gli altri. No, loro inseguivano, picchiavano, rubavano, distruggevano. Erano quelli che mi sbattevano fuori dal bagno, nel corridoio affollato, senza darmi il tempo di tirare su mutande e pantaloni, e alle volte neanche di finire di pisciare. Erano quelli per cui dovevo mentire sui lividi con cui tornavo a casa, e per cui prendevo dosi extra di schiaffi per aver strappato l’ennesima maglia o pantalone. Erano quelli per cui ogni giorno buttavo la merenda che mia madre mi metteva in cartella per la ricreazione, piuttosto che essere costretto a mangiarla dopo che se l’erano passata sul sedere o sotto le scarpe.
Quella sera mi circondarono senza che me ne accorgessi, e mi spinsero contro il cancelletto. Di solito mi lasciavano in pace se c’erano adulti in giro, ma sembravano non notare l’uomo sui gradini. Non ricordo cosa dissero. Qualcosa sul fatto che mi pisciassi addosso, credo. Poi iniziarono a mettermi le mani nello zaino, e quello non andava bene, perché già per tre volte mi avevano svuotato l’astuccio e costretto i miei a ricomprare tutto. L’ultima volta mio padre si era infuriato così tanto con me che ero certo non si sarebbe limitato agli schiaffi, se fosse capitato ancora.
Provai a divincolarmi e gridare, ma mi bloccarono e tapparono la bocca. A ripensarci riesco quasi a sentirli ancora, la rabbia e l’odio provati in quel momento…
Il cancello si aprì dietro di me, e caddi di schiena nel vialetto, libero. L’uomo sui gradini sorrideva, e con la mano indicava la porta della casa. Era socchiusa. Ed era una via di fuga. Un po’ spaventosa, forse, ma niente mi faceva più paura di quei tre.
Corsi dentro. Non mi fermai a chiedermi perché nell’ingresso non ci fossero mobili, o perché quelli nella stanza in cui entrai per nascondermi, in fondo a un breve corridoio, fossero coperti da lenzuola impolverate. Strisciai dietro quello che doveva essere un divano e rimasi lì in silenzio, acquattato nell’oscurità.
Speravo che l’uomo sui gradini avrebbe impedito a quei tre di entrare, o che la casa gli avrebbe fatto troppa paura, ma mi sbagliavo. Sentii le loro voci nell’ingresso.
«Dove si è nascosto?»
«Stavolta lo prendiamo a calci nelle palle, così la prossima volta non ci prova neanche a scappare.»
Chiusi gli occhi, e cercai di farmi ancora più piccolo e invisibile.
«Non sono amici tuoi, vero?»
La voce era gentile e infantile, e proveniva da sotto il divano. Sollevai un lembo del lenzuolo e sbirciai, ma nel buio distinsi solo una sagoma scura.
«No, ci odiamo» sussurrai, più piano che potevo ma con assoluta certezza. «Tu chi sei? Che fai qua sotto? Ti sei nascosto anche tu?»
L’ombra non rispose alle mie domande.«Li hai portati tu qui. Sei stato un bravo bambino.»
I tre continuavano a parlare. Erano in un’altra stanza. Le stavano controllando una per una. In un istante di panico capii di non poter scappare.
«Loro sono stati cattivi, invece» continuò la voce. «Posso farli smettere. Non ti daranno più fastidio.»
«Davvero?» Non ne ero molto convinto. «Guarda che sono in tre.»
«Vuoi che lo faccia?»
Si stavano avvicinando, li sentivo. E davvero, davvero non volevo perdere di nuovo tutte le penne ed essere preso a calci nelle palle. Così annuii, con tutte le mie forze.
Nel buio sotto il divano comparve una luce. Mi ci volle qualche secondo per capire che era un largo sorriso che brillava nelle tenebre. Per un istante vidi il mio volto riflesso decine di volte in quei luminosi, perfetti denti di specchio. Poi la luce scomparve, e sentii il rumore di un mobile spostato provenire dall’alto.
«È di sopra! Di sopra!» Passi pesanti e rapidi, mentre i tre salivano le scale.
Appena in tempo. Non volevo più restare lì. Uscii dal mio nascondiglio e corsi verso l’ingresso. Ero già con la testa nel cortile quando sentii una porta sbattere con violenza al piano superiore. Mi bloccai  e guardai verso le scale.
Un attimo dopo cominciarono le grida di aiuto, e un bussare frenetico e disperato.
Avevo già avuto paura, in passato. Anzi, per un motivo o per l’altro avevo avuto paura per la maggior parte della mia vita. Ma non mi ero mai ritrovato a urlare, piangere e correre nello stesso momento.
Arrivai a casa in quelle condizioni, e per poco a mia madre non venne un infarto. Persino mio padre si preoccupò un po’. Ero troppo spaventato, per quello che era successo e per le possibili conseguenze, per raccontargli qualcosa. Ma quella notte li obbligai a fare turni di guardia in camera mia, per non rimanere da solo neanche un secondo. E il giorno dopo inaugurai un nuovo percorso per andare e tornare da scuola, più lungo ma che non passava davanti a quella casa.
Non vidi più quei tre. In classe il banco del lentigginoso rimase vuoto per il resto dell’anno, ma nessuno parlò di lui. Sapevo che avrei dovuto dire quello che era successo, mandare qualcuno a cercare lui e gli altri, ma quando provai a chiedere sue notizie tutti reagirono come se non sapessero di chi stavo parlando, o se me lo fossi inventato. E, crescendo e cambiando una scuola dopo l’altra, divenne più facile pensare che avessero ragione, di aver scambiato incubi e fantasie per cose successe davvero, e mettere quella storia tra le cose da non raccontare mai a nessuno…
Ma adesso la casa è qui. Il lampione è acceso. E l’uomo sui gradini mi sta sorridendo.
Attraverso il cancello e mi fermo di fronte a lui. Sono una macchia nera negli specchi arancioni dei suoi denti. «Non sei più tornato, dopo quello che avevo fatto per te.» È ancora la voce di un bambino quella che esce dalla sua bocca. «Cattivo.»
«Non provare a spaventarmi. Non sono più un ragazzino.»
«No, sei una malombra, ora. Come me. Solo che te la prendi coi morti invece che coi vivi.»
Lo supero ed entro in casa. I miei passi lasciano orme nella polvere che copre il pavimento e i gradini della scala, mentre salgo al piano di sopra.
Incontro subito una camera da letto, che la luce che filtra dalle larghe finestre dipinge qua e là di squarci arancioni. Contiene solo la rete di un largo letto matrimoniale, e un vecchio armadio con lunghi specchi sulle ante.
Mi avvicino a studiare il riflesso della stanza. Come immaginavo, nello specchio non sono da solo. Gli occhi di una dozzina di bambini mi guardano sospettosi e terrorizzati dagli angoli e da sotto il letto. Tre sono raggruppati insieme contro il muro alle mie spalle, abbracciati. Mi concentro su di loro, impongo alla mia percezione di ammettere la loro presenza, di smettere di cancellarli. Quando mi volto sono lì con me.
Mi avvicino. Uno sembra più piccolo degli altri, il volto coperto da una spruzzata di lentiggini. Un altro ha la faccia schiacciata e capelli biondo cenere tagliati malissimo. Il terzo è un po’ più alto dei suoi compagni, indossa una tuta sporca e ha l’aria di un bambino a cui i genitori non prestano troppa attenzione. Erano loro a terrorizzarmi tanto?
«Mi dispiace davvero, ragazzi.» Tendo una mano. «Sono venuto a prendervi.»
Esitano, si guardano tra di loro, indecisi. Alla fine quello con le lentiggini me la stringe, e gli altri lo seguono. Scendiamo le scale.
«Andiamo a casa?» chiede il biondo. Non rispondo.
In un’altra giornata forse avrei dovuto esorcizzarli. Ma oggi che le barriere tra i mondi sono ancora più sottili del solito, mi basta fargli lasciare la casa perché scompaiano, diretti ovunque vadano i morti di questi tempi. Non più larve intrappolate quaggiù. Non più una mia responsabilità.
L’uomo sui gradini scuote la testa. Ha smesso di sorridere, e la sua voce suona un po’ più adulta. «Erano miei. Me li avevi dati tu.»
Lo supero e mi chino, frugando tra le erbacce finché non mi ritrovo tra le mani un grosso pezzo di lastricato. Mi volto e lo lancio contro il lampione. La lampada si infrange con uno schianto, la luce si spegne.
«No! Che cosa fai?» protesta.
«Il mio lavoro.» Mi avvicino a lui, lo faccio indietreggiare, lo costringo a entrare in casa. Lo seguo nell’ingresso e chiudo la porta dietro di me.
«Lo hai detto anche tu. Io sono la Malombra che terrorizza i morti.» I miei denti sono giallastri e avrebbero bisogno della mano di un dentista, ma spero comunque che si intravedano nel buio, quando li scopro con un tiratissimo sorriso. «E tu sei stato cattivo.»

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