Fabula XVII (seconda parte)

(continua da qui)

Il sacerdote mi fa strada attraverso un portone dall’aspetto ordinario. Sembrerebbe di essere in un normale condominio, se non fosse per il silenzio. Gli unici rumori che riesco a sentire sono quelli che produco io. I miei passi, il mio respiro, persino i battiti del mio cuore mi sembrano assordanti.
«Ha perso un parente stretto, se posso chiederglielo?» La voce del brucolaco echeggia nell’androne e lungo la tromba delle scale come un corpo estraneo, con la sua cadenza forzata e la sua strana sonorità.
«No, mi è stato chiesto di venire da dei parenti acquisiti. Loro non se la sentivano…» Tiro fuori la storia che mi ero preparato cercando di non tradire nessuna incertezza. Non sono sicuro di esserci riuscito. Non sono neanche sicuro di sapere cosa sto facendo.
«Immagino. È da molto che il defunto è ritornato?»
Quale potrebbe essere una risposta credibile? «Quasi una settimana.»
«Allora bisogna procedere al più presto. Per fortuna abbiamo stanze disponibili. Sa, in totale possiamo accogliere fino a ottanta ospiti.»
Mentre saliamo le scale, vedo dei volti affacciarsi dall’alto a guardarci. Facce dall’età indefinibile, dalla pelle tesa e gli occhi sgranati.
«È la soluzione migliore?» chiedo, per continuare a farlo parlare. Non posso tirare fuori i tarocchi o le rune davanti a lui, ma anche la mia scarsa sensitività dovrebbe essere sufficiente a percepire quello che sto cercando, se mi concentro abbastanza. E se sono nel posto giusto.
«Oh, sì. Noi Ritornati non siamo molti, e praticamente nessuno sa come occuparsi delle nostre esigenze. Per nostra natura, il nostro primo istinto, quando ci risvegliamo dalla morte, è quello di riunirci ai nostri cari. Di tornare alla vita di prima. Un desiderio molto umano e comprensibile, no?»
Annuisco. Quando arriviamo al primo piano faccio in tempo a vedere qualcuno che torna di corsa nelle stanze che si affacciano sul corridoio. Pareti bianche, porte rosa. Sotto un forte aroma di deodorante l’aria sa di polvere e di chiuso. O è solo una mia impressione?
«Ma è chiaro che non è possibile. Certo, questi sono tempi civili, in cui nessuno grida al mostro e non veniamo assaliti durante i nostri periodi di catalessi per essere fatti a pezzi e poi bruciati, come succedeva una volta. Ma la morte cambia profondamente, nello spirito e, nel nostro caso, anche nel corpo. Le famiglie non sono in grado di affrontare lo stress provocato dalla nostra presenza. E la reazione di molti Ritornati, di fronte al rifiuto e alle limitazioni della loro nuova condizione, è violenta.»
Si ferma davanti a una porta aperta e mi fa cenno di guardare all’interno. La stanza è molto piccola, e arredata in modo essenziale. Un brucolaco è sdraiato su un letto dalle lenzuola verde pallido. È rigido, immobile, gli occhi fissi sul soffitto. Non riesco a capire se sia un uomo o una donna. Ha ancora chiazze di capelli scuri, lunghi e arruffati, qua e là sul cranio. Sul comodino accanto al letto c’è una foto incorniciata, due sposi il giorno del matrimonio, accanto a un lumino votivo. Una piccola pila di libri e riviste occupa una mensola.
«Qui, invece, i Ritornati sono accolti con comprensione. Ricevono un posto in cui stare, sostegno psicologico e sanitario regolare, visite periodiche dei familiari in un ambiente controllato. Non pensa sia molto meglio?»
«Oh, certo.» Cerco di non concentrarmi sul fatto di essere l’unico vivente in un palazzo abitato da morti. Un ricovero per i defunti il cui corpo si è rifiutato di morire. Un luogo unico, con un’impronta psichica unica.
Il dolore, la nostalgia, il rimpianto che accompagna i non-morti, lo stesso che avevo avvertito la mattina della morte del monacello, che ho riconosciuto durante l’assalto dell’ombra da cui mi ha salvato Silva. La frustrazione, l’abbandono, la confusione di decine di creature soprannaturali concentrate nello stesso posto. Ora che sono qui da un po’ riesco a sentire tutto questo intorno a me senza neanche sforzarmi troppo. Una sensazione quasi tangibile che permea l’edificio e si espande tutt’intorno, probabilmente pervade l’intero santuario. Abbastanza intensa da lasciare un marchio su chi vi resta a contatto a lungo, un’aura da cui non ci si libera facilmente.
L’assassino deve essere stato qui.
«Quanto spesso i vostri ospiti possono uscire?» chiedo, lasciando la stanza.
«Oh, i Ritornati non possono lasciare il santuario dopo essere stati accolti, a meno che non siano pronti per andare via definitivamente!»
«Davvero? Quindi anche lei…»
«Sono tre anni che non metto piede fuori dal santuario, sì.»
Sento la mia teoria iniziare a vacillare. Tento di puntellarla. «E non è possibile che qualcuno semplicemente si allontani, senza dire nulla?»
«No, è impossibile. Vede?» Due bambini ci passano in silenzio accanto, tenendosi per mano. Non ci guardano, e non si guardano tra loro. Il sacerdote mi indica i loro piedi. Per un attimo credo che voglia farmi notare le unghie giallastre di quello più vicino a noi, così lunghe che arrivano a sfiorare il pavimento, poi capisco che si riferisce al fatto che i due sono a piedi nudi. «Chi viene ammesso qui lascia le sue scarpe in offerta alla Divoratrice, la signora del santuario. Le ha viste, nella cassetta davanti al tempio, no? Sono pegni di un patto sacro, che sancisce che nessuno che vive in questo luogo può andare via prima di riprenderle. Se qualcuno provasse a farlo la Divoratrice lo impedirebbe, come lo impedirebbe a chi provasse a sottrarle senza presentarsi di fronte a lei.»
«Beh, non mi sembra…»
«Dopo aver suonato la campana per essere ammessi alla presenza della dea» continua il sacerdote, interrompendomi «ci sono tre possibilità. Ci si presenta a piedi nudi, offrendole il proprio cuore da divorare in cambio del vero riposo e della vera pace.» Ne parla con naturalezza, quasi con desiderio. «O ci si va con una sola scarpa, come simbolo della scelta di dedicare a lei e alla nostra comunità il resto della propria esistenza.» Solleva un po’ la palandrana per scoprire i piedi. Indossa solo la scarpa sinistra, un vecchio mocassino di pelle scura. «Oppure dopo aver recuperato entrambe le scarpe e affidandosi al suo giudizio, ottenendo di lasciare il santuario, se lei ritiene che chi lo chiede sia pronto a tornare tra i viventi. O di trovare la fine tra le sue fauci, in caso contrario.» Lo osservo con attenzione, ma è difficile leggere un volto così poco espressivo. Però sembra sereno mentre parla della distruzione dei suoi simili. «Il nome di ogni ospite che ottiene il riposo finale viene inciso su una delle piccole lapidi in giardino, per conservarne il ricordo.»
Crede a quello che dice? C’è davvero una creatura del genere all’interno del tempio, o è una qualche metafora religiosa che non capisco?
«E di recente qualcuno ha avuto il permesso di lasciare il santuario?»
Per la prima volta lo vedo esitare. «Nessuno, da quando io sono qui. Ma questo» si affretta ad aggiungere «non cambia il fatto che il santuario sia la scelta perfetta sia per i Ritornati che per la sicurezza dei loro cari.»
Lo seguo in silenzio attraverso le sale ricreative e quella per le visite dei familiari. In quest’ultima c’è un altro sacerdote, che sembrerebbe identico al mio accompagnatore se non fosse più basso, che tiene d’occhio l’incontro tra un brucolaco e una giovane donna con un bambino di tre o quattro anni seduto in grembo. I due parlano sottovoce. La donna piange, il bambino nasconde il volto contro il suo petto.
Nessuno ha lasciato il santuario da anni. Com’è possibile? Ho sbagliato tutto? O il sacerdote mi ha mentito? Magari l’impronta psichica è rimasta impressa su un visitatore. Anche se non riesco a immaginare che qualcuno possa venire qui tanto spesso quanto sarebbe necessario perché questo avvenga…
Davanti all’uscita il brucolaco mi porge un depliant. «Per i suoi parenti. Qui ci sono foto, tutte le informazioni indispensabili e le nostre tariffe.»
«Ah, non credevo ci fosse un prezzo fisso. Avevo sentito che qui si accettavano solo offerte…» Quel maledetto avvocato aveva riso in faccia a me e Marta, quando avevamo provato a parlare di sconti e convenzioni.
«È un fisso praticamente simbolico, vedrà, e le offerte aggiuntive sono molto gradite. Purtroppo tra le spese per gli ospiti e la manutenzione del tempio e del giardino, i soldi non bastano mai.» Sorride e ammicca. È un gesto lento, deliberato, che gli richiede attenzione e sforzo e gli fa contrarre l’intero volto in una smorfia. Lo saluto e mi allontano in fretta.
Quando passo accanto al tempio rallento per studiarlo con più attenzione. Il luogo in cui i non-morti vanno a farsi divorare da un dio può sembrare così insignificante dall’esterno?
Come in risposta a quella domanda, per un istante mi balenano davanti agli occhi immagini di fauci da coccodrillo spalancate, di artigli da felino che dilaniano la carne, di zampe pesanti che spezzano le ossa… Scuoto la testa per scacciare le visioni. Prima di proseguire rivolgo alla costruzione di legno un rispettoso inchino.
Sul vialetto sento una voce chiamarmi, e vedo Mila sbucare dagli alberi, con una busta di carta tra le mani.
«Salve! Allora com’è andata?» mi chiede raggiungendomi.
Un totale fallimento. «È stato interessante.»
«Fa un po’ impressione le prime volte, ma poi ci si abitua, glielo assicuro.»
«Penso potrebbe volerci parecchio… Lei come mai è qui?»
«Sono venuta a recuperare il pranzo. Al mattino lo lascio in magazzino.» Fa un cenno con la busta di carta verso i prefabbricati che ho visto mentre arrivavo. «Spero che nel frattempo non sia comparso qualcuno dal nulla a svaligiarmi la bancarella!»
«Ah, mi chiedevo cosa fossero quelle casette!»
«Sono piccole, ed è noioso dover fare avanti e indietro da qui ogni mattina per allestire il banco e ogni sera per mettere via tutto, ma da quando l’auto mi ha abbandonata preferisco tenere la merce sul posto.» Accelera un po’ il passo e si volta verso di me, continuando a camminare all’indietro. «Corro avanti, casomai arrivasse qualche cliente. Arrivederci!»
Ricambio il saluto, e osservo la donna che si allontana in fretta lungo il vialetto. È veloce, e da come si muove sembra in perfetta forma. È una persona libera di muoversi in città, che frequenta il santuario tutti i giorni e potrebbe averne assorbito l’impronta psichica.
Sospiro. I presunti assassini non dovrebbero avere l’aria simpatica.

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