Fabula XVII (prima parte)

La bancarella somiglia a quelle che circondano la maggior parte dei templi, ma, a vederla da sola in questa piazzetta, appoggiata contro il muro di pietra grigia che circonda il santuario, mi mette malinconia. O forse è l’aria che si respira così vicino alla Fascia Desolata a farmi sentire così.
Molta della merce in vendita è la solita: collanine di corallo per proteggere i bambini da strigi e altre creature che succhiano il sangue, chiodi di ferro da mettere sulle porte per impedire l’ingresso in casa a spiriti e folletti, quadrati del Sator in ceramica, candele incise con sigilli magici per propiziare l’amore e la fortuna, oli profumati, posacenere decorati, magliette spiritose coi loghi modificati di famose aziende, film e videogiochi del pre-Frattura, sbucate da chissà quale magazzino. Ma c’è anche qualcosa di più mirato: lumini votivi, medagliette di dubbio argento raffiguranti il bellicoso san Giorgio dei Cercatori d’anime, fiori finti, bustine di carta cerata di colore scuro contenenti benedizioni per i defunti, brevi guide tascabili su come orientarsi nella Fascia Desolata…
«Posso aiutare? Interessa qualcosa?»
La donna che gestisce la bancarella ha un fisico atletico, un caschetto di capelli neri e un’età indefinibile, da qualche parte tra i 30 appena compiuti e i 40 avanzati.
«Davo solo un’occhiata» rispondo sorridendo. «Non c’è molta gente stamattina, eh?» A parte due ragazze con una grossa macchina fotografica che ho visto allontanarsi mentre arrivavo, lei è la prima persona che incontro da queste parti.
Si stringe nelle spalle. «Non è un posto che attiri i visitatori, quando non ci sono feste o anniversari. Non fa piacere venire qui.»
Annuisco. Neanche a Silva è piaciuta l’idea, quando gliel’ho proposta. Gli agenti della EXO non sono autorizzati a indagare nei santuari, e vista la facilità con cui ti metti nei guai mi ritroverei a dover usare le mie fiamme per aiutarti. Così prima mi licenzierebbero, e poi ci arresterebbero! Con tutta la fatica che sto facendo per farmi reintegrare nel servizio attivo!
Non posso darle torto. Ma io non sono un dipendente della EXO, non abbiamo altre piste a parte questa mia intuizione, e oggi lei ha la seduta con lo psicologo aziendale…
«Ma in realtà non è male» continua la donna. «Lavoro qui da un bel po’, ormai. Uno si immagina un sacco di cose spaventose, e invece è un posto tranquillo, quando non ci sono i sit-in dei Cercatori.»
«Ne fanno molti?»
«Vengono sempre più spesso. I sacerdoti hanno iniziato a farsi vedere il meno possibile, sperando che li avrebbe calmati, ma non è servito a niente.»
«Ma è comunque sempre possibile parlare con un responsabile del tempio, vero?»
«Sì, certo.» Il tono della donna si fa più serio. «E mi scusi, non avevo capito. Mi dispiace molto…» Mi ci vuole un attimo per comprendere a cosa si riferisce. Di solito i servizi del tempio sono richiesti subito dopo un lutto. Quando vedo l’espressione colpevole sul suo viso sono tentato di dirle che non è il mio caso, ma mi ritroverei a dover dare spiegazioni che preferisco evitare. Mormoro un ringraziamento e faccio per andarmene, un po’ in imbarazzo. «Dovesse avere problemi di qualunque tipo, dica che è un amico di Mila!» aggiunge mentre mi allontano.
Costeggio il muro che circonda il santuario, pieno di fessure e crepe in cui crescono ciuffi d’erba pallida. Orientarsi non è complicato, anche se è passato un po’ di tempo da quando Marta mi ha trascinato qui per farle compagnia, la volta che è stata mandata a definire la convenzione per i clienti dell’agenzia. «Piuttosto che andarci da sola mi do fuoco» aveva detto, facendo scoppiare a ridere la maschera sulla sua nuca. Ma era il periodo delle feste di inizio novembre, c’era così tanta gente che eravamo riusciti a parlare soltanto con avvocato frettoloso, senza concludere nulla.
Ora che ho tempo di guardarlo con calma, il santuario sembra… forse non antico, ma di sicuro vecchio. È un po’ strano, dato che non credo che questo posto esistesse prima della Frattura. Anche le colonne che sostengono l’arco d’ingresso sono macchiate ed erose, proprio come il muro di cinta, e i pali di legno che reggono le lanterne per l’illuminazione sembrano marci, e sono bucherellati dai tarli
santuarioGli alberi che affiancano il sentiero di ghiaia che conduce al tempio vero e proprio appaiono invece in buona salute. Sono alti e dritti, dalle fronde ampie. Tra le loro radici scorgo decine di piccole steli di pietra. Su molte non è inciso nulla, ma su altre è scritto un nome. Una cucciolata di gatti gioca indifferente tra entrambi i tipi di lapide. Poggiate contro il muro, il più lontano possibile dal sentiero, intravedo un paio di casette prefabbricate che spiccano per l’incongruenza del loro aspetto moderno.
Mi lascio indietro il sentiero per sbucare nello spiazzo di fronte al tempio, un cubo di legno scolorito dal sole, a un piano, sollevato da terra da una piattaforma e sormontato da un tetto spiovente. Sul lato che fronteggio si apre un’ampia porta, spalancata ma coperta da una pesante tenda di colore blu violaceo che nasconde completamente l’interno. Davanti alla porta c’è una grossa cassetta, forse per le offerte, accanto a cui pende una corda collegata a una campanella.
Al di là del tempio intravedo un lungo, anonimo casermone di cemento a tre piani. Diversi cartelli mi avvisano che i visitatori non possono per alcun motivo avvicinarsi a quell’edificio senza supervisione.
Non vedo nessun altro, a parte me e i gatti. Forse c’è qualcuno oltre la tenda, ma di sicuro l’ingresso è riservato ai sacerdoti. Non mi resta che attendere che escano.
Mentre aspetto mi accosto alla cassetta, incuriosito. È piena per metà di scarpe. Credo di riconoscere delle paia complete, ma mi sembra ce ne siano anche di spaiate. Sono da uomo, da donna, da bambino, alcune vecchie, altre in ottime condizioni. Resto a fissarle per un po’, cercando di capire cosa ci facciano lì, ma non riesco a venire a capo del mistero. Forse sono un qualche tipo di ex voto.
Proprio sopra di me c’è la campana, un brutto oggetto di metallo annerito fissato sotto il tetto. La corda per suonarla mi pende accanto, spessa, avvolta in nastri rossi e bianchi. Può darsi che vada tirata per richiamare l’attenzione dei sacerdoti. O è lì solo per estetica, e se la toccassi cadrebbe tutto? Avvicino la mano alla corda, per verificarne la solidità…
«Meglio di no. C’è un solo caso in cui va suonata quella campana, e non credo sia il suo.» La voce è severa e profonda, e mi prende alla sprovvista. Mi volto verso la porta e mi trovo a fronteggiare un uomo più alto di me, avvolto in una palandrana color porpora.
«Oh, mi scusi. Non sapevo…» borbotto, imbarazzato. «Lei è un sacerdote, vero?»
Annuisce. In realtà non avrei avuto bisogno di chiederlo, è evidente dal suo aspetto. È completamente glabro, e la sua pelle giallastra è liscissima, tesa sulle ossa così tanto che le labbra non riescono a chiudersi per nascondere una fila di denti che, lasciati scoperti dal ritrarsi delle gengive, appaiono enormi.
Apre la bocca e inspira profondamente, prima di parlare di nuovo. Per lui respirare non è un meccanismo naturale. «Benvenuto al Santuario dei Ritornati. Come posso aiutarla?»
Un brucolaco. Ho avuto a che fare con altri non-morti, ma questo sacerdote è il primo che incontro che conservi ancora il corpo.
«Sono venuto a chiedere informazioni sul vostro programma di accoglienza. E, se fosse possibile, magari a vedere come funziona, visitare il rifugio…»
Il brucolaco annuisce ancora. «Mi dispiace per la sua perdita. Sarò felice di aiutarla e di darle tutte le spiegazioni che le servono. So che per i familiari si tratta di momenti delicati…»
Evito di guardarlo negli occhi, mentre mi indica l’edificio dietro il tempio e inizia a farmi strada. Se c’è davvero un dio, in quella casetta di legno, prego che non stia badando a me. O che non gli importi della mia menzogna.
O che magari decida di darmi una mano. Dopotutto, se sono qui è solo perché, se tutto andrà nel verso giusto, se il mio sospetto si rivelerà corretto, sto per essere messo sulle tracce di un assassino.

(continua qui)

photo credit: “KIUKO” via photopin cc

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