Fabula XVI

Mentre mi aggrappo alle braccia di Paolo, ancora sulla soglia, mi vedo riflesso nelle lenti dei suoi occhiali. Ho i capelli incrostati di sangue, un labbro gonfio, i vestiti strappati. Da come mi guarda, da come gli altri miei compagni parlano tra loro a bassa voce, capisco che sono preoccupati. Che hanno domande. Non va bene. Sono cose che fanno perdere tempo. «Non possiamo restare qui!»

«Non potete stare qui!» La voce è un muggito profondo che mi fa tremare fin dentro le ossa. Esplode dall’edificio abbandonato nel momento in cui muoviamo qualche passo nel cortile. Abbasso la testa, piego le gambe. Uno scatto fino alla porta nel muro di fronte a me. Non sembra così lontana…
Davelli mi passa il braccio intorno al collo, stringendo. «Cosa credi di fare, figlio di…»
Passi pesanti, veloci. Si interrompe. Non c’è tempo per parlare.

Non c’è tempo per parlare, ma non mi danno retta. Mi trascinano su una sedia, vogliono essere certi che stia bene. No che non sto bene. E per fortuna non possono vedere i lividi che di sicuro ho addosso. Mi chiedono cosa è successo, chi mi ha ridotto così. Cosa dovrei rispondergli? «Mostri.»

Il mostro salta giù dall’impalcatura che circonda il palazzo abbandonato, piomba nel cortile proprio davanti a noi. «Non potete stare qui!» È più alto di Folco, lunghe corna taurine e orecchie bovine nonostante il volto umano, una barba folta che gli scende fino a metà del petto nudo e massiccio. Ha le braccia e le mani, ma non i piedi. Al termine delle gambe ricoperte di vello scuro ci sono zoccoli fessi. Si porta dietro l’odore dolciastro e nauseante della putrefazione e della morte.

«È morto un monacello e la EXO pensa che c’entriamo qualcosa» provo a spiegare. «Ci stanno addosso, questo posto è bruciato!» Alla luce delle candele guardo le pareti coperte di muffa dello scantinato che è stato la nostra base per mesi. I manifesti scoloriti dall’umidità, le foto e gli articoli di giornale incorniciati, gli scatoloni di materiale di propaganda. Un sacco di roba da far sparire.
«Calmati adesso» mi dice Paolo, col suo solito tono pacato. Se ne avessi la forza gli tirerei un ceffone. «Ti è successo qualcosa di terribile, è chiaro, ma non c’è bisogno di farsi prendere dal panico. Qui siamo protetti.»

«Questo luogo è sotto la mia protezione.» La voce dell’essere cornuto è assordante, anche se non muove le labbra per parlare.
«Passate di qua di continuo, eh?» mi sussurra Davelli, lasciandomi andare. «Questa te la faccio pagare.» Arretra, sorridendo alla creatura. «Cosa sei, una specie di guardiano? Andiamo via subito, ci dispiace per l’intrusione.» Non vedo il colpo che lo abbatte. Ma lo vedo crollare a terra, e vedo la sua gamba destra piegarsi in modo innaturale. Poi iniziano le urla.

Mi ritrovo a urlare contro Paolo senza volerlo. «Non basteranno le barriere a tenerli lontani!» Le corde corrono lungo le pareti, sottili festoni di talismani a forma di occhi, di mani, di volti grotteschi rivolti verso l’esterno. Schermi contro la vista e le intrusioni mistiche. «Sanno che ci riuniamo da queste parti, come hanno preso me possono prendere altri. E se ci trovano…»
Paolo sbuffa, si passa le dita tra la barba riccia. «Questo non è un posto come gli altri, la nostra presenza qui ha un significato simbolico forte. È uno dei luoghi in cui sono stati i 47, dove hanno versato il loro sangue.»

Il sangue mi cola da un taglio sulla testa, mi copre l’occhio sinistro con un velo. Non mi sono neanche reso conto di come ho fatto a finire qui contro il muro, tra i resti di una fioriera e lo scheletro arrugginito di una bicicletta per bambini. Spero di non avere una commozione cerebrale.
Il colpo, o qualunque cosa fosse, che mi ha sbattuto via mi ha preso solo di striscio, ma a Davelli ha provocato quella che ha tutta l’aria di una frattura scomposta al braccio sinistro. Ha smesso di urlare, ma lo sento imprecare e lamentarsi tra le lacrime. L’essere cornuto è accanto a me, ma non mi guarda.
Davanti a lui c’è Folco, che non sembra averne paura. Per la prima volta stanotte ha l’espressione di chi si rende conto di cosa gli sta accadendo attorno.
«Chi ti ha evocato è ancora qui» dice al guardiano. «Sento la sua voce.»
L’essere cornuto annuisce. «Questo luogo è sotto la mia protezione, e anche lui è sotto la mia protezione.»
Folco scuote la testa. «Sotto la tua maledizione.»

Maledizione, Paolo, sempre con questa fottuta teoria sul rione Trivio! «Guarda, magari hai anche ragione tu, e la prima battaglia è stata combattuta in queste strade. Beh, chi se ne frega? Questo fatto come ci salverà da una retata? Perché arriveranno, e saranno incazzati. Se veniamo tutti arrestati possiamo dire addio al movimento, simboli o no.» Sento gli altri mormorare, ma so che non contano. È Paolo che decide, sempre. Ed è la prima volta che lo vedo insicuro su qualcosa.
Tira un calcio contro un tavolo. «Devi spiegarmi per bene cosa ti è successo. Nel frattempo iniziamo a mettere via tutto, e una volta sentita l’intera storia decidiamo se evacuare. Capito, ragazzi? Prepariamoci, potremmo dovercene andare!»

«Non lo hai più lasciato andare.» Folco cammina con calma intorno al guardiano. «Né lui, né tutti gli altri che avevano trovato rifugio qui.»
«Qui è sicuro. Fuori non sono sotto la mia protezione. E uscire e rientrare può attirare cose pericolose.»
Il selciato sotto i piedi di Folco si frantuma, i frammenti che schizzano in ogni direzione, come se fosse stato colpito da qualcosa. Ma lui si è già fatto in là di due passi. Il guardiano ruggisce di rabbia.
«Quanto ci hanno messo a morire? Se sei stato evocato nei giorni peggiori del dopo-Frattura non molto, credo. Senza cibo e senza acqua…» Folco fa un saltello all’indietro, schivando un altro di quei colpi invisibili. Sollevo le braccia per proteggermi dalle schegge di pietra, ma una mi colpisce lo stesso, proprio sulla bocca. «Come mai non sei stato bandito?»
«Nessuno può permettersi di provare a bandirmi prima che io abbia completato il mio compito. Questo luogo resterà sotto la mia protezione finché ci saranno cose da cui proteggerlo.» Il guardiano allunga una mano verso Folco. Lo fa con una velocità inaspettata, e per un attimo il suo enorme braccio sembra assottigliarsi e allungarsi ancora di più. Ma l’uomo si piega sulle ginocchia, fa un singolo passo di lato, e le dita della creatura afferrano solo aria.
«Li hai tenuti qui anche dopo che sono morti, per alimentare la tua energia con la loro. E hai fatto lo stesso con gli intrusi che hai ucciso.»
«Non ho ucciso nessuno. Io sono puro.»

«Non abbiamo ucciso nessuno!» protesta una ragazza, al termine del resoconto sommario sul mio incontro con Folco e Davelli. Una nuova arrivata, l’ho vista solo un paio di volte. «Ci vogliono mettere in mezzo!»
«Può darsi che stiano cercando di incastrarci. Dovremo cercare di scoprire di più di questa storia. Ma non è il momento di parlarne, adesso dobbiamo pensare a svuotare questo posto e sparire!» Paolo mi guarda e annuisce. «Avevi ragione.»

«Hai ragione, non li hai uccisi. Gli hai spezzato braccia e gambe per impedirgli di muoversi e li hai trascinati lì dentro a morire di stenti.» Folco indica l’edificio abbandonato.
«Non potevano stare qui. Il guardiano ha diritti su coloro che violano il luogo sotto la sua protezione. Usando la loro forza posso svolgere meglio il mio compito.»
L’esplosione questa volta è così forte da far tremare la terra e sollevare una nuvola di fumo. Mi rannicchio contro il muro. Dovrei approfittare del momento per correre via, ma le gambe si rifiutano di obbedirmi. Sto tremando di paura, aggrappato al mio ciondolo. Folco non può sfuggirgli per sempre. E quando avrà finito con lui…
«No che non puoi.» Folco sembra intatto, a malapena impolverato. È riuscito di nuovo a spostarsi in tempo? «Quegli spiriti hanno invaso questo posto, e ti odiano. Parlano tutti nella mia testa. Mi dicono cosa stai per fare e mi suggeriscono come muovermi. Non sono la tua forza, ma la tua debolezza.»
«Loro non sono niente!»
«Loro sono creature affamate e furiose. E fame e rabbia sono potenti, se si sa come usarle.» Le ombre del cortile si fanno più fitte, e l’aria si raffredda. Il guardiano si guarda attorno, smarrito. Neanche lui è pronto per quello che emerge all’improvviso dal portone del palazzo. Non sono ombre, anche se lo sembrano. Hanno consistenza, lunghe braccia e bocche piene di denti giallastri. Afferrano la creatura cornuta, le si avvinghiano addosso. Il guardiano cerca di liberarsi, le sue enormi mani colpiscono la massa di tenebra che lo avvolge. Si sbilancia, non riesce a rimanere in piedi…

«Come fai a stare ancora in piedi, dopo quello che ti è successo?» La ragazza è quella che ha parlato prima. Ho scoperto che si chiama Miriam. Mi sta aiutando ad avvolgere i talismani nella carta di giornale e a sistemarli in una scatola di cartone.
«Adesso non posso permettermi di crollare, ma mi sa che appena riesco a tornare a casa svengo nell’ingresso!» E non è detto che non lo faccia davvero. Quella botta in testa continua a preoccuparmi.
«È una buona idea tornare a casa tua? Ti cercheranno.»
«Non sanno il mio nome. Non gli interessava. E la città è grande, potrebbero non trovarmi mai, o capire che non ne vale la pena prima di riuscirci.» Sono rassicurazioni che do a me stesso più che a lei. Quanto spero di avere ragione!
Chiudiamo il pacco col nastro adesivo, e Miriam insiste per portarlo. Alla fine la ringrazio e la lascio fare, restando appoggiato contro il tavolo a cercare di riprendere le forze. Ho ancora un leggero tremore alle gambe. Forse non riuscirò ad arrivare a casa prima di svenire.
Paolo mi passa davanti reggendo una pila di volantini. Gliene cadono a terra un paio…

La creatura cornuta cade a terra con un tonfo. Sta urlando, e persino quella sua voce bassa e potente suona stridula e spaventata ora. Lo trascinano via, verso il buio sotto l’impalcatura. E alle grida si mescola il suono di decine di bocche che masticano rumorosamente. Non lo posso sopportare. Mi rimetto in piedi, barcollo verso l’uscita del cortile.
«Ehi, dove vai?» La voce di Folco. Dovrei mettermi a correre, ma qualcosa nel suo tono mi ferma. Non suona minaccioso, né autoritario. Più che altro confuso.
Mi volto. È accanto a Davelli, che ha smesso di muoversi e gemere. Deve aver perso i sensi. «Non mi dai una mano? Cosa faccio con Sergio?» mi chiede ancora. L’espressione lucida e decisa di prima è scomparsa, ora sembra di nuovo smarrito e assente.
«Con quelle fratture, è meglio spostarlo con cautela. Ti servono una barella e gente che sappia cosa fare.»
Folco annuisce. «Mi dai una mano tu?»
«No. Ma se mi lasci andare, tu puoi restare qui a tenerlo d’occhio, e io manderò aiuto appena sarò al sicuro.»
Lui ci pensa un po’ su. Alla fine borbotta un «Va bene» e si siede per terra accanto a Davelli. Non posso credere che mi stia davvero facendo andare via così, ma non dice né fa nulla mentre mi avvicino alla porta dall’altra parte del cortile e la apro. Mi volto a guardarlo ancora. «Senti, quella creatura di prima…»
Folco solleva la testa, come per ascoltare, e lo faccio anch’io. Le urla ormai sono cessate, ma si sente ancora masticare. «Divorata. Scomparsa, per quanto possa scomparire. Anche gli spiriti che tratteneva qui scompariranno presto, appena si saranno saziati.»
Il pensiero mi fa rabbrividire. «Hai salvato la vita a tutti.»
«E tu ci hai quasi uccisi tutti. Ma lo mettiamo in conto, nel nostro lavoro. Anche se non penso che Sergio sarà comprensivo.»
Annuisco. «Io non c’entro niente con quel delitto, e neanche i miei compagni, ne sono certo. Dillo anche a lui, quando si sarà ripreso.»
«Lo farò. Ma vi troveremo comunque. Sergio è testardo.» Mi rivolge un cenno di saluto con la mano.
Lascio il cortile e barcollo in strada. Ha ragione. Ci troveranno. Ho guadagnato del tempo prezioso, ma loro non sono gli unici agenti dell’EXO. Domani i loro colleghi riempiranno l’intero rione. Troveranno un indizio. Fermeranno qualcuno. Dobbiamo andarcene, non possiamo restare qui.

«Ora di andarcene. Spero che il furgone si metta in moto, stavolta.» Paolo si ferma a guardare lo scantinato. «Ci vorrà un po’ per trovare un altro posto. E dovremo comunque aspettare che le acque si calmino. Ma almeno abbiamo fatto in tempo a farci consegnare questi.» Indica i volantini che ha in mano.
Mi chino a raccogliere quelli che gli sono caduti. Non dobbiamo lasciare nulla che possa ricondurre a noi. «Che roba è?»
«Una nuova direzione per la propaganda. Poi ti spiego. Prendine uno, ma nascondilo bene. E, visto che hai le mani libere, spegni le candele e portale su.» Osservo il volantino, ma non riesco a capirne bene il senso. Vi è stampata una foto in bianco e nero del Tribuno durante un discorso ufficiale. Sulla sua immagine, a lettere rosse, è stato scritto il numero 47, e la parola Traditore.

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