Fabula XV

Scivolo fuori dal letto, cercando di non fare rumore per non svegliare Mirko. Recupero in fretta i vestiti, e per sicurezza vado a indossarli in soggiorno.
Non ricordo perché ho creduto fosse una buona idea venire a casa sua. E non capisco perché lui mi abbia fatto entrare. Ha detto che ha sbagliato a prendersela con me, mi ha ripetuto le solite stronzate su quanto ci tiene. Magari sperava solo che mi scappasse qualche particolare riservato sulla morte di Tessalonica.
Mi muovo in punta di piedi, spaventata all’idea di dover trovare qualcosa da dirgli, se scoprisse che me ne sto andando. Riprendo a respirare normalmente solo dopo aver chiuso la porta dell’appartamento dietro di me.
Il pianerottolo è buio, e la luce delle scale non funziona. Non ci provo neanche a chiamare l’ascensore. Trovo a tentoni il muro, mi ci appoggio con la schiena, armeggio col soprabito finché non recupero la custodia delle mie lenti.
Vista attraverso questi cristalli l’oscurità è molto diversa da quella a cui sono abituata. Riesco a coglierne tutte le sfumature. Quella dovuta alla semplice assenza di luce. Quella vecchia, causata dallo stratificarsi nel corso del tempo di ombre incastrate negli angoli come sporco, che non scompare mai del tutto, neanche di giorno, e quando è davvero antica acquista coscienza e personalità. Quella creata dagli esseri che la usano per nascondersi, i piccoli spiriti domestici del condominio che vagano di notte scambiandosi visite e notizie.
Percepire il buio in questo modo rende più facile distinguere contorni e volumi, ed evitare di inciampare su cose che sarebbe meglio lasciare in pace. Come quella davanti a cui devo passare per arrivare alle scale.
Mirko una volta mi ha parlato dei suoi vicini di casa, una bella famiglia di quattro persone convinta che il loro appartamento sia abitato da un’invisibile fata buona che aiuta nelle faccende di casa, quando non c’è nessuno. Mi chiedo se si tratti della creatura pallida seduta sulla loro soglia, con un lunghissimo naso a becco che sbuca dal fazzoletto ricamato legato intorno al capo e zampe da uccello che si intravedono sotto la gonna larga. Non ho mai incontrato niente del genere.
Quando si accorge che posso vederla ricambia il mio sguardo, fissandomi con occhietti neri e inespressivi, da uccello. Per tutto il tempo non ha smesso di muovere ritmicamente le dita tozze nell’aria. Socchiudendo gli occhi e concentrandomi posso distinguere i sottili filamenti di energia magica che sta intessendo intorno all’abitazione, splendenti di nero lucido e rosso ruggine.
Sospiro. Dovrò segnalare la cosa. Servono in fretta un esorcismo e una purificazione per evitare che la maledizione che sta preparando uccida qualcuno degli abitanti della casa.
Muovendomi con cautela raggiungo le scale e inizio a scendere i gradini.stairs
Vorrei che ci fosse una soluzione così facile anche per il problema di Irene. Sapevo che le sue capacità da cambiata la facevano stare male, ma non credevo che la stessero uccidendo. È da ieri che non smetto di pensarci, e venire qui non è neanche servito a distrarmi.
Posso immaginare come mai non l’abbia detto a nessuno. Ma perché non ha fatto un’eccezione per me? Cazzo, siamo state insieme dal giorno del giuramento davanti al Tribuno, siamo abituate a salvarci la vita a vicenda!
«Sarà per questo che non te ne ha parlato.» La creatura col naso a becco è accanto a me. La sua voce mi fa venire in mente il suono di qualcosa di secco che si frantuma. «Perché stavolta non puoi salvarla.»
«Stai fuori dalla mia testa, mostro.»
Squittisce un paio di volte. Credo che quella sia la sua risata. Dovrei portare sempre con me i guanti, non si sa mai quando si incontra uno spirito che merita di essere preso a pugni.
«A me piacciono le cose in ordine» continua. «Le case e anche i pensieri. I tuoi sono disordinati, e allora ti aiuto a sistemarli. Come faccio con la mia casa. Spolvero. Lucido le stoviglie. Rimetto ogni oggetto al suo posto. Ma quegli orribili bambini distruggono ogni giorno tutto il mio lavoro. Li odio. Li farò smettere per sempre.»
«Non farai un bel niente. Domani verrà qualcuno che ti farà lasciare questo posto. Non sono certa di cosa sei, ma c’è sempre un modo per scacciare gli spiriti molesti.»
Ancora squittii. «Salvare la ragazza. Mandarmi via dalla mia casa. Perché desideri solo cose impossibili?»
«Guarda, il giorno che vorrò farmi psicanalizzare troverò uno psicologo che assomigli al Robin Williams con la barba di Will Hunting. O magari a Meryl Streep. Ma di sicuro non sarà un maniaco delle pulizie dalla testa d’uccello che insegue la gente sulle scale di notte.»
«Poi c’è il mio vicino di casa, quello che profuma di pulito. Ti ho vista spesso entrare da lui. Vi ho sentiti litigare. Persino il compagno te lo sei scelto impossibile da tenere. Essere una Furia ti ha fatto diventare troppo presuntuosa?»
Finalmente raggiungo il piano terra. Mi affretto verso il portone.
La creatura mi ricompare davanti, sbarrandomi la strada. «Sai cosa sarebbe meglio per te?»
«Se tu mi lasciassi in pace!»
«Se la smettessi di sprecare tempo ed energie e ti concentrassi su una singola cosa, una che puoi fare. Per esempio, potresti lasciare perdere la finta sirena e quell’altra cambiata e impegnarti a trovare e punire quello che si è permesso di uccidere uno spirito.»
«E tu che ne sai?»
«Lo sappiamo tutti quello che è successo a quel monacello. Tra di noi non si parla d’altro. È una cosa orribile quando a morire è qualcuno che davvero non dovrebbe…»
«Davvero. Non come la mia amica, o le persone che stai maledicendo. È questo che vuoi dire, giusto?»
La creatura annuisce. Sembra compiaciuta del fatto che abbia capito. Approfitto del momento per lanciarmi contro di lei, sbattendo le mani contro il portone, proprio accanto a dove dovrebbero essere le sue orecchie. La mia sola vicinanza basta a schiacciarla, la supero di tutta la testa e le spalle. Come mai mi rendo conto solo adesso di quanto è piccola?
Questa volta i suoi squittii sono di sorpresa e spavento. «Cosa fai? Non provare a toccarmi! Stai lontana! Ti maledirò! Ti…»
«Tu non farai niente, o invece di cacciarti da quella casa in modo appropriato ti farò estirpare nel modo più brutale possibile.»
«Non puoi! È casa mia!»
«Sai che c’è? Mi sono stancata di sentirti dire cosa posso o non posso fare. Una volta lo sai cosa dicevano fosse impossibile? Tu! Il fatto che ti stia vedendo e parlando, e che mi sembri una cosa normale. Impossibile il lavoro che faccio, impossibili le cose che vedo in ogni strada di questa città, impossibile che quelle stesse strade ogni tanto decidano di spostarsi, impossibile che ci siano Dei nei santuari e una sibilla millenaria in una gabbietta appesa nel mio ufficio. Ci sono mattine in cui mi capitano cose impossibili ancora prima di lavarmi i denti! Quindi sì, posso cacciarti da qui, posso far funzionare una storia con chiunque, se mi va, e soprattutto posso salvare Irene!»
Le ultime parole le pronuncio urlando, sottolineandole con un pugno contro il portone, accompagnato con tutto il peso del mio corpo. Mi faccio anche male. Mi assicuro di non essermi rotta niente nella mano, e quando sollevo lo sguardo la creatura è sparita.
Col casino che ho fatto devo aver svegliato tutto il palazzo. Esco in strada e mi allontano di corsa. Non rallento neanche per togliermi le lenti.
Vista così, questa notte è stupenda. Contro il cielo si stagliano continue esplosioni di colori, i riflessi splendenti delle aure di incantesimi e spiriti. Alcuni hanno le tinte dell’amore, della forza, della guarigione, altri quelle del dolore e della rabbia, ma sono tutti bellissimi. Un gigantesco, lunghissimo, silenzioso spettacolo di fuochi d’artificio. Stanotte quasi non rimpiango che la luna e le stelle non si vedano più.
Se è possibile una cosa del genere, come può essere impossibile salvare una vita?

photo credit: Xristoforos aka Shooting Dog via photopin cc

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