Fabula XIV (seconda parte)

(continua da qui)

Da infermiere ne so un po’, del corpo umano e delle sue sofferenze. È il mio lavoro tentare di alleviarle. Ma, quando si tratta di infliggerle, Davelli sembra saperne molto più di me. Da quanto sta andando avanti? Un quarto d’ora? Sembra molto di più, ma non voglio sopravvalutare la mia resistenza.
È metodico, paziente. Un paio di colpi di quelli che fanno male davvero, e poi si ferma per parlarmi.
«Sono sicuro che hai la testa piena di idee nobili e ammirevoli sulla lealtà. E so che ti sei immaginato un sacco di volte di trovarti in una situazione del genere, e che nella tua fantasia resistevi incrollabile, magnifico, senza lasciarti scappare una sola parola sui tuoi compagni. Il problema è, immaginarsi il dolore non è mai come sentirlo.»
Mi colpisce ancora. Rotolo a terra gemendo, non riesco nemmeno a gridare. Mi ci vuole quella che sembra un’eternità per ricominciare a rendermi conto di qualcosa che non sia il mio corpo che si lamenta e mi implora di farlo smettere. Infierisce senza risparmiarsi su basso ventre e fianchi, ma mi risparmia la faccia e le mani, e ci va piano anche sulle gambe. Forse per scrupolo. O forse per lasciarmi presentabile e funzionale, perché gli servo ancora.
«E poi te l’ho già detto. Non ce ne fotte un cazzo della politica o delle cose in cui credete. Non vogliamo fare una retata o vendervi alle Furie. Non mi interessa neanche sapere chi sei. Ma stiamo cercando un assassino che potrebbe essere uno dei vostri. Non credo sia tu, Folco è convinto che in quel caso avrebbe percepito tracce della vittima su di te. Ma uno dei tuoi compagni? Davvero vuoi coprire una cosa del genere?»
«Non siamo assassini» riesco a rispondere a fatica. Non aggiungo che, se anche uno di noi lo fosse, consegnarlo sarebbe troppo rischioso per la sicurezza di tutti gli altri. «E se Folco è così bravo, la strada la può trovare da solo.»
Dietro Davelli, l’uomo più alto mi guarda a malapena. È più impegnato a borbottare qualcosa a se stesso, gli occhi spalancati e iniettati di sangue, a braccia larghe e con le mani puntate verso l’esterno.
Un calcio secco interrompe le mie osservazioni.
«Non prendermi per il culo. Avete un covo vicino al santuario della Tenebrosa, se non vi hanno ancora individuato vuol dire che è schermato come si deve. Il che è una sfortuna per te, perché mi costringe a fare cose che non vorrei.»  Un altro calcio. «Adesso ci porti lì e ci fai entrare. Noi diamo un’occhiata, facciamo qualche domanda, e se è come dici ce ne andiamo via tranquilli. Oppure puoi farci risparmiare tempo. Magari tu lo sai chi ha ucciso quel monacello. Non ci credo che non è venuto a vantarsene.»
«Un monacello? Chi cazzo ammazzerebbe un monacello?» mormoro.
Davelli sbuffa con impazienza. «Non approfittarti della mia gentilezza. Folco si sta stancando a tenere lontani i cani, quindi d’ora in avanti dovrò essere più deciso. Ti romperò le ossa, magari causando qualche danno permanente. Una cosa brutale, che vorrei evitare e che renderà più difficile per noi completare il nostro lavoro, e per te continuare a condurre una vita normale.» Pesta il suo piede proprio accanto alla mia mano destra. «Allora?»
Provo a pensare in fretta. Non so se riuscirei a resistere, se mi facesse ancora più male di quanto ha fatto finora. Sanno più o meno dove cercare, o non sarebbero stati in quella piazza ad aspettare che passasse qualcuno da catturare, e sanno come riconoscerci.
Non ha senso continuare. C’è una sola cosa che posso fare.
Arranco fino al muro e mi trascino in piedi. Annuisco. «Va bene, basta così. Ti ci porto.»
«Oh, finalmente! Sentito, Folco?»
L’uomo alto abbassa le braccia con un sospiro di sollievo e se le massaggia. «Era ora!» Parla piano, sembra abbia la bocca impastata. Mi poggia una mano sulla spalla e mi rivolge un sorriso. «Non mi piace quando Sergio si mette a fare certe cose.» Mi tira via dal muro e mi si piazza accanto.
Davelli si mette dall’altro lato. Un po’ mi sorreggono, un po’ mi impediscono la fuga «Fai strada, con calma e senza fare cose stupide. Ricordati che ho una pistola.» Si fruga nella giacca, e da chissà dove tira fuori due merendine confezionate. Qualcosa ricoperto di cioccolato. «Vuoi?» Scuoto la testa. Folco invece ne prende una.
Camminiamo in silenzio, mentre le scartano e iniziano a mangiarle. Io mi tengo curvo e con le braccia avvolte attorno alla mia vita, nell’illusione di attenuare le fitte che accompagnano ogni passo.
«Voi altri non ve ne siete mai occupati, del complotto delle merendine, vero?» mi chiede a un certo punto Davelli. Lo guardo confuso. «In molti non ci pensano, ma credevo che dei ribelli come voi l’avessero notato. È un paio d’anni che le merendine sono ricomparse nei supermercati, no? E se le guardi sono identiche a com’erano prima della Frattura. Ci hanno messo una gran cura a riprodurre alla perfezione l’aspetto originale, le forme, le dimensioni. Molte hanno anche lo stesso nome e confezioni simili. Sembrano proprio quelle di una volta. Poi però le assaggi.» Tira un altro morso, e continua a parlare con la bocca piena. «E ti accorgi che il sapore è diverso. Sono ancora abbastanza buone, certo, ma non davvero buone.»
Nonostante la situazione, per poco non scoppio a ridere.
«Sì, lo so cosa stai pensando» continua Davelli. «Che anche prima della Frattura si diceva che le merendine non erano più come quelle di una volta. Ma allora sparavamo cazzate, e in fondo lo sapevamo. Erano solo chiacchiere da stronzi nostalgici. Adesso invece è vero. Sono meno gustose, meno soddisfacenti. Pensaci. Sono riusciti a ricrearne l’aspetto alla perfezione, ma non si sono nemmeno avvicinati col sapore. Secondo te è un caso?»
Mi stringo nelle spalle. Abbiamo raggiunto di nuovo la piazza. Punto deciso verso la strada di fronte a me, un po’ più larga e meglio illuminata di quella da cui veniamo. Non vedo cani neri in giro. Dove saranno finiti tutti?
«No che non lo è! Ci hanno dato una cosa che ricorda i tempi prima della Frattura, associata quasi sempre a memorie felici, ma l’hanno resa deludente. Capisci il trucco? Chi le mangia inizia a pensare che magari le merendine dopotutto avevano davvero questo sapore, che non hanno mai avuto niente di speciale. E che allora forse anche il resto delle cose che gli mancano del pre-Frattura non erano niente di speciale, e che lo sembrano adesso per effetto del tempo e della nostalgia.» Ingoia l’ultimo boccone e butta la confezione a terra. «Il sapore delle merendine è uno strumento di controllo sociale!»
Gli lancio un’occhiata con la coda dell’occhio per capire se mi sta prendendo in giro, ma sembra serissimo mentre lo dice. Folco invece non lo sta neanche ascoltando. Guarda in alto, muovendo le labbra ma senza emettere suoni.
Tento di resistere alla curiosità, ma alla fine cedo. «Allora perché le mangi?»
Sorride, e risponde così in fretta da farmi pensare che gli abbiano fatto la stessa domanda decine di volte. «Anche un piacere surrogato è meglio di nessun piacere.»
Per raggiungere il luogo della riunione bisogna svoltare a destra alla terza lanterna, in una viuzza buia, e cercare con le dita l’abraxas inciso sul muro. Tiro dritto senza neanche degnarla di uno sguardo. Cerco di mantenermi impassibile mentre lo faccio, ma ho il cuore che batte così in fretta che non capisco come facciano quei due a non sentirlo.
Continuo a ripetermi in testa le istruzioni da seguire in caso di emergenza, sperando di non sbagliare. Il vicolo a sinistra, dove c’è l’insegna della macelleria. I tre scalini che portano sotto l’arco. Camminare lungo il muro di pietra, fino al cancello…cortile
Si fermano. Guardano attraverso le sbarre di metallo arrugginito.
«E questo che posto sarebbe?»
Davelli è preoccupato. I luoghi abbandonati non piacciono a nessuno.
«Era un cortile privato» rispondo. Intravedo un’aiuola invasa dalle erbacce che hanno soffocato un alberello secco, vasi di pietra distrutti, scalini che conducono alle porte di un edificio basso, la facciata nascosta da una vecchia impalcatura trascurata. Edificio pericolante annuncia un cartello. «Dall’altra parte c’è una porta che dà su una strada chiusa. Bisogna passare da lì.» Tengo la testa bassa, quando parlo cerco di sembrare sicuro ma riluttante.
«Non è un buon posto dove andare, questo» commenta Folco, sfiorando il cancello con le dita di una mano, mentre con l’altra si tira sugli occhi ciocche dei suoi lunghi capelli.
«Vuoi farmi credere che passate da qui ogni volta?» mi chiede Davelli. «Chissà cosa cazzo ha fatto la tana là dentro.»
«Non lo so, noi non entriamo mica in quel palazzo. Attraversiamo solo il cortile, e se c’è davvero qualcosa, non è mai uscita dall’edificio. Qui i cani neri non vengono, hanno paura. È uno dei modi con cui ci proteggiamo.»
Si guardano tra di loro. Folco scuote la testa.
«Posso andare, allora?» provo a suggerire.
Davelli sospira. «Apri. Vai avanti tu» mi dice.
Le mani mi tremano quando le poso sul cancello, ma dopotutto lo facevano già prima. Un postumo del pestaggio. Forse dovrei ringraziarlo, quello stronzo.
Mentre apro, più facilmente di quanto mi aspettassi, ed entro nel cortile, ripenso ancora una volta alle istruzioni. I cani neri non vi inseguiranno oltre il cancello, ma dovete essere veloci. Attraversate il cortile di corsa, a testa bassa e senza guardarvi indietro. C’è una porta dall’altra parte, se riuscite a passarla sarete al sicuro. Neanche una parola su quello che succede se non ce la si fa.
Mi chiedo quanto ci metterà Celeste a consumare la scorta di biscotti che ho in casa. E anche perché la ragazza che mi ha lasciato in pasto alle empuse mi abbia chiesto scusa, prima di fuggire. A ripensarci adesso, non credo che avrebbe dovuto. Alle volte procurare vittime ai mostri resta l’unica scelta possibile.
Poi sento il cancello che si chiude, e i passi di Davelli e Folco dietro di me. E ora riesco a chiedermi soltanto se qualcuno di noi uscirà vivo da qui.

photo credit: dtanist via photopin cc

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