Fabula XIV (prima parte)

In questo rione il santuario della Tenebrosa è una presenza discreta ma costante.
Le lucide porte nere nei pressi di ogni incrocio di tre strade, da cui i fedeli possono scendere alle vie sotterranee per il tempio. I grossi cani neri che passano senza rumore lungo i marciapiedi, per svanire nell’istante in cui si distoglie lo sguardo. Le lanterne in cui bruciano fuochi azzurrognoli, che hanno sostituito l’illuminazione stradale. Le urla delle strigi che piovono dal cielo notturno…
«Ho capito, sai?»
La ragazza accanto a me ha capelli neri, portati corti su un lato della testa e molto lunghi dall’altro. Spiccano contro la pelle truccata per sembrare pallidissima. È stretta in un lungo cappotto scuro dal taglio asimmetrico.
«Che cosa?» le chiedo.
Non la conosco. L’ho incontrata poco fa, ferma sotto uno dei pochi lampioni funzionanti sulla strada che porta al rione. Ha controllato che proiettassi l’ombra, poi mi ha chiesto se potevamo fare un po’ di strada insieme.
«Perché le grida delle strigi mi disturbano così tanto.»
Anche lei aveva l’ombra, e scarpe con un tacco su cui penso possa reggersi solo chi ha piedi umani. Non ho trovato abbastanza in fretta una scusa per dirle di no. Da queste parti andare in giro da soli di notte non è una buona idea per nessuno.
«E perché?»
Mi innervosisce. Ci può essere qualcuno con tutti quei piercing nella polizia? E tra le Furie?
«Non sembrano versi di animali. Somigliano più a quello che verrebbe fuori se una persona cercasse di imitare lo stridere di un rapace.»
Ripenso agli squilli di telefono notturni nel mio appartamento. «Capisco cosa intendi.»
«Secondo te è vero che non sono uccelli? Che sono dei mutaforma?»
Lancio un’occhiata al buio uniforme del cielo. «Non sarebbe la cosa più strana che ho visto. Ma preferisco pensare che siano animali…» Per fortuna oggi è giorno di riunione e non di propaganda. Se avessi lo zaino con me sarei terrorizzato dall’averla vicino. Il ciondolo di peltro a forma di corno da caccia che porto appeso al collo è nascosto sotto il maglione, ma continuo ad abbassare lo sguardo per controllare che la sua forma non si distingua attraverso gli abiti. «Come mai sei qui? Stai tornando a casa?»
Scuote la testa. «Lavoro all’Atropo
«Un locale?»
«Una specie di club.»
«In un posto del genere?»
«Piace proprio per questo. L’atmosfera, il brivido…»
«Il brivido? Di questi tempi?» Un cane nero attraversa di corsa la strada, poco lontano da noi. Si volta per guardarci, ma non si ferma. Cerco di trattenere il sospiro di sollievo.
«Non immagini! E poi c’è la musica. Sarà stato il mese scorso che abbiamo avuto la cantante che è morta. Hai sentito?»
«Lavoro all’ospedale dove l’hanno portata, ieri per tutto il giorno c’è stato l’ingresso bloccato dai suoi fan.» Le proteste, i pianti, doversi fare strada a spinte e gomitate attraverso la folla per raggiungere le porte trasportando un malato. Il viavai di gente strana dal piano riservato al Professore.
«Ah, sei un dottore!»
Faccio per correggerla, ma ci ripenso. Se qualcosa dovesse andare storto e qualcuno dovesse mettersi a cercarmi, meglio che pensi di dover scovare un medico.
Sbuchiamo in una piccola piazza. Della statua che ne occupava il centro rimangono solo due piedi di pietra, poggiati su un piedistallo su cui è inciso qualcosa di illeggibile. È uno dei mie punti di riferimento. Mi fermo.
«Qui devo andare a destra.»
«E io a sinistra» risponde lei. Si volta a guardare la strada, esitante. La capisco, lì silanterna intravedono solo un paio di lanterne. «Non è che mi accompagneresti ancora per un po’, eh, doc?»
«Io…» È solo ora, alla seconda occhiata, che noto i due tizi. Un tipo basso, in giacca e cappello, e uno alto, capelli lunghi, vestito troppo leggero per il clima. Sono dietro al monumento, ma non riescono a nascondersi del tutto. Quello più basso continua a guardare verso la strada a destra. Giurerei che sono sbirri. «Ma sì, dai. Non è che abbia tutta questa fretta.»
Sorride, sollevata. «Oh, grazie, davvero!»
Imbocchiamo la strada buia a sinistra. È difficile vedere dove si mettono i piedi, qui. Anche dalle finestre delle case intorno a noi filtra pochissima luce. Ma lei sa dove andare. Svolta decisa in una stradina, e dopo pochi metri gira di nuovo, a destra.
Ci ritroviamo in un atrio chiuso, illuminato d’azzurro da una piccola lanterna in alto. Ci sono due o tre portoni intorno a noi.
«È qui il locale?»
Scuote la testa. «È tre strade più giù.» La fisso senza capire. Qualcosa si muove nell’ombra. Rumore di metallo che batte sulla pietra. «Mi dispiace, doc, davvero» aggiunge, senza guardarmi.
Oh, certo. Era ovvio. Due donne emergono dal buio. Pallide, bellissime, con abiti lunghi che arrivano fino a terra, a coprire i piedi. Ogni loro passo è accompagnato da quel tintinnare metallico.
Persino io so riconoscere un’empusa, quando la vedo.
Una delle due si sposta dietro di me per impedirmi la fuga. Non dico nulla, mentre la ragazza riceve qualcosa da una delle creature, e poi si allontana di corsa. Non c’è molto da fare, se non rimpiangere di non avere lo zaino, la mia attrezzatura…
Ho paura. Chiudo gli occhi per non vedere le zanne che si allungano nelle loro bocche, gli artigli che prendono il posto delle loro unghie. Spero non mi sbranino vivo, che mi uccidano in fretta per non farmi urlare. Sfilo il corno da sotto il maglione, lo stringo tra le dita. Un giorno suonerà anche per me.
Lo sparo è così improvviso e vicino che per poco non perdo l’equilibrio. Sento le empuse soffiare e allontanarsi. Mi azzardo ad aprire gli occhi.
Dietro di me ci sono i due uomini della piazza. Quello col cappello ha in mano una pistola, puntata verso l’alto.
«Spiacente di interrompere, signorine.» Sorride. Come cazzo fa a sorridere in un momento del genere? «Ma questo nostro amico viene via con noi, va bene?» Mi mette una mano su una spalla. Le creature ringhiano, i loro occhi splendono di rosso rubino. «Lo so cosa state pensando. Non sono granché, io. Ma lo sparo potrebbe aver attirato i cani neri, che magari stanno già arrivando. E c’è il mio amico, qui.» Fa un cenno verso il tizio più alto. «Lui sì che potrebbe farvi male. Vale la pena rischiare per un pasto?»
Le empuse bisbigliano tra loro, esitano. E poi si ritirano nell’ombra di un portone.
Non riesco a crederci. Mi faccio trasportare fuori dall’atrio senza neanche accorgermene, cercando di trattenere una risata isterica. Quando mi appoggiano contro un muro sento le ginocchia che cedono. Mi siedo a terra.
«Tutto bene?» mi chiede l’uomo col cappello.
«Oh sì, sì, cazzo! Io, davvero, non so come ringraziarvi!»
«Ah, quello lo so io.» Mi afferra per i capelli e mi solleva la testa, mi colpisce con una ginocchiata al petto, inchiodandomi contro il muro. Avvicina il suo volto al mio.
È una faccia familiare. Merda, certo che l’ho già vista. In foto, decine di volte. Lui e il suo compagno.
«Davelli…»
«Ah, allora sai chi siamo! Meglio, si risparmia tempo.» Aumenta la pressione del ginocchio, gira la mano con cui mi tiene i capelli per farmi male. «Folco, qui, ha insistito per venirti a recuperare perché è convinto che tu sappia come farci arrivare a un raduno di seguaci dei 47. Non fargli fare brutta figura.»

(continua qui)

photo credit: crodriguesc via phopin cc

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