Fabula XII (seconda parte)

(continua da qui)

Seguiamo la donna attraverso un lungo corridoio, superando un gran numero di porte chiuse. Cerco di non pensare a cosa potrebbero contenere. L’odore di disinfettante qui è così forte da essere nauseante. Irene si stringe contro di me. Si tiene più curva del solito.
Ci fermiamo davanti a una porta blu. Lancio un’occhiata a Fra, che annuisce. Spero ricordi davvero cosa deve fare.
La nostra accompagnatrice bussa, e un attimo dopo lui compare sulla soglia.
Non avevo mai incontrato il Professore, ma lo riconosco dal modo in cui Irene si aggrappa alla mia mano. Non era così che lo avevo immaginato, dopo tutto quello che ho sentito su di lui. Non così grasso e basso, quasi ridicolo nella tenuta verde da chirurgo; non con quei capelli gonfissimi tinti di nero come i baffetti sottili; e soprattutto non con quel sorriso gioviale e simpatico. Non assomiglia neanche un po’ a Jeffrey Combs.
«Oh, siete arrivati! Ottimo!» La voce è calda, accogliente. Solleva le mani per mostrarci i guanti. «Scusate se non vi stringo la mano ma… Ah, Irene, sei tu!»
«Buongiorno, Professore…»
«È passato un po’ dall’ultima volta che ti ho vista. Devi farti tenere sotto controllo, nella tua condizione. Ti faccio chiamare per fissare una visita?»
Irene mi lascia la mano e abbozza un cenno d’assenso. Mi metto tra loro due.
«Siamo qui per il ferito che le è stato portato qualche ora fa.»
«Sì, ovvio. Entrate.» Fa spazio sulla soglia per farci passare. «Avrei voluto poter fare di più, ma nelle condizioni in cui era…»
«Era?» interviene Fra. «Vuol dire che Tessalonica…»
«Non ce l’ha fatta, no.»
La stanza è fornita di neon e faretti, ma al momento è illuminata dalla luce incerta e livida di tre sala operatorialampade portatili che pendono da ganci nel soffitto. Il Professore ci indica un lettino, su cui giace un corpo femminile coperto per tre quarti da un lenzuolo.
Faccio segno a Irene di rimanere indietro mentre io e Fra ci avviciniamo. Nonostante tutto, Tessalonica è ancora bellissima. Il volto non è perfetto, ma le piccole piume di un azzurro iridescente che le ricoprono la testa e le spalle, e quelle color ruggine che le scendono sul collo, sono splendide persino sotto quella luce impietosa.
Fra aggrotta la fronte, concentrato, e inizia a muoversi lentamente intorno al lettino. Lo lascio al suo lavoro.
«Cosa sappiamo di lei?» chiedo al Professore.
«Di lui, vorrà dire. Poco. Nessun cognome, nessun documento. Il nome è chiaramente falso, ma è l’unico conosciuto a tutti quelli a cui abbiamo chiesto. Ci vorrà un po’ per scoprire…»
«Aspetti, che vuol dire lui
«Che Tessalonica era un uomo, su questo non ci sono dubbi.»
Mi volto verso il cadavere. La curva del seno è evidente sotto il lenzuolo, la pelle è liscia, i tratti del volto sono decisamente femminili. «Aveva cambiato sesso?»
«Non volontariamente. Sospetto che la presenza di caratteri sessuali secondari femminili sia un risultato della sua SDO, proprio come le piume e la membrana nittitante negli occhi.»
«SDO?»
«Sindrome di Ovidio.» La voce di Irene, dietro di me, è a malapena udibile.
«È il modo in cui il mio gruppo di ricerca chiama la patologia da cui sono affetti i cosiddetti cambiati» continua il Professore.
Il suo sorriso non si incrina neanche per un attimo. Come può dire una cosa del genere con quella naturalezza?
«L’Ufficio del Tribuno non ritiene che ci siano basi per definire patologica la condizione dei cambiati» osservo.
«Eppure l’Ufficio del Tribuno continua a chiedere trattamenti e terapie per tenere sotto controllo le manifestazioni più sgradevoli di quella condizione.» Solo un teschio potrebbe sorridere con la sua stessa costanza e indifferenza. «Ma come al solito terrò nella massima considerazione le opinioni e le indicazioni dell’Ufficio. Ad ogni modo» si volta verso il lettino «il caso di Tessalonica è molto raro. Non ho avuto altri pazienti che presentassero un quadro di caratteristiche che richiamano le sirene.»
«Sirene?» La sorpresa di Fra è identica alla mia.
Indico le piume sul corpo. «Cosa c’entrano queste con le code di pesce?»
«Il suo è un errore molto comune.» Continuerebbe a ghignare in quel modo anche se lo prendessi a pugni? «Quella delle sirene come creature ittiomorfe è una rappresentazione tarda e inesatta. In realtà sono ornitomorfe… hanno tratti da uccello, insomma.»
Mi volto verso Irene, che annuisce. «Quindi, il fatto che cantasse…»
«Non posso esserne certo, ma la suggestione ipnotica associata dalla tradizione al canto delle sirene potrebbe aver avuto un peso nel successo della sua carriera.»
«Allora gli Alcyone non erano così bravi come sembrava?» interviene Fra. «Che delusione.» Mi strizza l’occhio mentre mi passa accanto. Deve aver finito.
«Cosa le… gli è successo?»
«Beh, non sono un medico legale, e con la mia squadra ho cercato di salvargli la vita, non di fare un’autopsia. Ma è evidente che ha subito due profonde ferite da taglio all’addome. E la lingua è stata asportata.»
«Davvero?»
«Già.» Fa per aprire la bocca del cadavere, ma si ferma quando scuoto la testa. «Non so se sia stata ritrovata.»
«Verificheremo. La ringrazio, Professore. Manderemo qualcuno a prelevare il corpo appena avremo rintracciato la famiglia della vittima, o sarà stato stabilito chi si occuperà delle indagini.»
Lo vedo lanciare un’occhiata di rimpianto al cadavere ed esitare un attimo, prima di annuire. «Buon lavoro, allora. E ricordati, Irene, ti aspetto.»
Lei non risponde, esce dalla stanza di corsa. Sospiro e faccio cenno a Fra di seguirla.
«Professore, un’ultima cosa. Quella faccenda della sindrome, dei cambiati come malati…»
«Sì?»
«È il genere di stronzate di cui non abbiamo bisogno.»
Il sorriso sul volto dell’uomo si congela. Lo vedo incrinarsi e sparire piano piano. Assaporo con soddisfazione il momento. «Come ha detto?»
«L’integrazione coi cambiati è una parte fondamentale del programma per tenere in piedi questa città. Far accettare un cambiato a se stesso e agli altri è molto complicato, e non voglio immaginare cosa succederebbe se la gente iniziasse a vedere quella condizione come una malattia, e che influenza avrebbe sul rapporto con le altre creature che convivono con noi.»
«Non mi interessa la politica. Io so cosa provoca nei miei pazienti, mi occupo delle conseguenze della SDO da anni. Se le definisco usando la parola mostruose, mi creda, è letterale!»
«Non è politica, è buonsenso! Sono sicura che il lavoro che sta facendo qui sia importantissimo, ma molti cambiati non hanno nessun problema di salute causato dalla loro situazione. Possono esserci casi problematici, ma non le permetterò di far passare interamente come patologica una condizione del tutto naturale!»
«Spero che queste convinzioni le saranno di conforto nel giorno, molto vicino, in cui quella condizione del tutto naturale ucciderà Irene!»
Le parole mi muoiono in gola, il cuore salta un battito.
Sul volto del Professore il sorriso compare di nuovo. Vedo i suoi denti brillare spettrali alla luce delle lampade, prima di voltarmi e andarmene, sbattendo la porta.

photo credit: giacomo . via photopin cc

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