Fabula XII (prima parte)

«Tu e Mirko vi siete lasciati di nuovo?»
Alle volte è facile dimenticare che Fra ha solo sedici anni. Non tanto per il fisico, anche se accanto a Irene sembra enorme, quanto per quella barba folta e compatta che si ostina a invadergli il volto nonostante tutti i suoi tentativi di tenerla a bada. A ricordarmi la sua età di solito ci pensa il suo talento tipicamente adolescenziale nell’irritarmi.
«No» rispondo secca. Irene, accanto a me, sospira. Le tiro una gomitata. «E comunque non sono affari tuoi.»
sala d'aspettoLa sala d’aspetto è fredda e vuota, a parte noi e una pianta in vaso secca da chissà quanto. Le nostre voci producono un’eco fastidiosa. Osservo i vetri delle larghe finestre, immaginando come sarebbe sfondarli per far uscire l’insopportabile odore di ospedale che impregna questo posto.
«È la terza volta in due mesi, forse è un record.»
«Continua così e da record sarà il numero di schiaffi che ti prendi!» Irene scoppia a ridere. «E non farmi cominciare anche con te, lo so che gliel’hai detto tu!»
«Ah no, non gli ho detto niente. Fra ha i suoi metodi per capire le cose.»
Mi appoggio allo schienale del seggiolino di plastica. Dev’essere stato progettato apposta per essere il più scomodo possibile. «E comunque è colpa sua. È come essere in una di quelle vecchie commedie con Meg Ryan. E lui è Meg Ryan.»
«Chi? Che vuol dire?»
«Che è nevrotico, pignolo e insopportabile quasi quanto te. E che devo farti vedere qualche film, ragazzino, ti mancano le basi.»
«Strano che non ce le insegnino a scuola, eh?»
«Cos’è successo questa volta?» interviene Irene, prima che esploda.
«Ce l’ha con me perché secondo lui non sono abbastanza incazzata per l’imposizione del silenzio stampa sull’omicidio del monacello» sbotto. «Dice che è censura, e che io la giustifico e la sostengo. Come se non sapesse chi cazzo sono o che lavoro faccio!»
Fra balza in piedi, lanciando uno sguardo d’odio al seggiolino. «Una Furia non dovrebbe uscire con un giornalista.»
«Quando mi serviranno consigli sentimentali da un poppante te lo farò sapere.»
«E smettila di usare quel soprannome» lo rimprovera anche Irene.
«Cos’è, pensi che mi piaccia? È offensivo e dà un’impressione completamente sbagliata di quello che facciamo. E poi non ho capito perché hanno scelto un nome femminile!» Si stringe nelle spalle. «Però è comodo. Dovremmo darcene uno da soli. Squadra… qualcosa.»
«Comunque non me ne frega niente.» Incrocio le braccia e fisso la parete di fronte a me. In origine doveva essere stata di color azzurro, ma ormai la vernice è così scrostata che è difficile esserne certi. «È un suo problema, si arrangiasse. Io ho la mia pila di videocassette, ho recuperato un videoregistratore funzionante, ho persino un televisore così vecchio che è passato indenne attraverso la Frattura. Finché non mi tolgono la corrente non mi serve un uomo!»
Irene si mette a ridere di nuovo, e un attimo dopo mi unisco a lei. Fra scuote la testa e va a guardare dalla finestra.
«Beh, stavolta sarà impossibile tenere la cosa nascosta.»
«Sono ancora lì sotto?»
Annuisce. «Forse sono anche aumentati.»
Lo raggiungo. Ha ragione, il gruppetto di ragazzi radunato davanti all’ospedale quando siamo arrivati si è trasformato in una piccola folla. «Ma quanti fan hanno, questi Alcyone?»
«Tanti. Fanno buona musica, hanno un look pazzesco e sono impegnati in politica. Nella mia scuola sono molto famosi, soprattutto tra i cambiati
«Piacciono anche a te, eh?»
Mi guarda di sbieco e sogghigna. «Perché, ti sembro un cambiato, io?»
Sorrido. «Non hai avuto problemi, vero?»
Scuote la testa. «Solo con la noia e un paio di stronzi a cui piace prendersela coi nuovi arrivati. L’ago è scomodo e fa male» si passa una mano dietro il collo, «ma funziona. Anche quando sono nervoso o sotto pressione non mi sento mai come se mi stesse per venire un attacco.»
«Senza di te non avremmo saputo così presto di questa faccenda. Stai facendo un buon lavoro, continua così.» Mi prendo la soddisfazione di vedere un’espressione imbarazzata sul suo viso, poi gli rifilo una pacca sulle spalle un po’ più forte del dovuto, e ridacchio sentendolo lamentarsi. Mi volto verso Irene. «Tu ne sai niente di questa band?»
«Quello che ho trovato nel loro fascicolo, nell’archivio degli osservati speciali. Dicono di essere cambiati, ma solo la cantante è registrata. Hanno suonato al Concerto per la Pacificazione di un paio di mesi fa, ma più che altro si esibiscono negli edifici occupati e nei locali alternativi del rione del Capro.» La voce ha il solito tono, e anche lo sguardo rivolto al pavimento è quello di sempre. Ma anche da seduta non riesce a tenere le gambe ferme un secondo. Non si lamenterà, ma so che non le piace stare qui, e soprattutto che non le piace la persona che stiamo aspettando. «Molto critici della politica dei Municipi e dell’Ufficio, ma anche schierati per i diritti dei cambiati e per l’integrazione tra umani e non-umani.»
«Dei gran rompiballe, insomma.»
«Beh, sì…»
Dei passi veloci echeggiano nel corridoio, avvicinandosi. Irene salta in piedi, ci raggiunge al centro della sala. Un attimo dopo entra una donna sulla sessantina, in camice bianco.
«Siete voi le F…» Si blocca, cerca di camuffare l’ultimo suono con un colpo di tosse. «Gli inviati dell’Ufficio del Tribuno?»
Annuisco.
«Venite, vi porto dal Professore.»
Irene allunga la mano e prende la mia. Gliela stringo, sperando di essere rassicurante. «Te la senti?» mormoro.
«Sì. Ma tienimi la mano per un po’, ok?»

(continua qui)

photo credit: Good Eye Might via photopin cc

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