Fabula XI

Ho un sospetto. Credo di essere perseguitato dallo spettro di un cassiere. Forse è una maledizione di famiglia, o forse qualcuno a cui ho fatto un terribile torto senza neanche accorgermene. Non lo so.
Ma so che, ogni volta che mi metto in fila per pagare qualcosa, lo spettro possiede il corpo della persona alla cassa e inizia a mettere in atto una serie di subdoli trucchi per farmi perdere tempo. La fila rallenta fin quasi a fermarsi, dare il resto diventa un’impresa, le etichette dei prezzi di colpo sono illeggibili e nessuno ha pronte da mostrare le autorizzazioni necessarie a comprare quello che ha nel carrello.
C’è in me una parte razionale che dice che sto ancora facendo paragoni con i tempi del pre-Frattura. Che sostituendo casse e lettori di codici a barre con calcolatrici da tavola e cassetti chiusi a chiave per i soldi la procedura diventa per forza più lenta, e che probabilmente tutti hanno la mia stessa sensazione, a volte. Ma ho smesso di considerare l’opinione della mia parte razionale più degna di nota delle altre a metà di una lezione di lettura delle rune durante il corso di certificazione per operatori spiritici.
Oggi, però, stare in coda alla cassa del supermercato del centro commerciale in cui Silva mi ha mandato a far provviste non mi irrita come al solito. Non ho fretta di ritornare da lei.
Mi massaggio la testa. Ho ancora un bernoccolo dolorante, dove gli scazzamurielli mi hanno colpito prima di provare a strapparmi lo scalpo, quando siamo andati a esplorare quella chiesa abbandonata in cui era convinta vivesse una comunità di monacelli…
…la coppia di uomini davanti a me ha il carrello stracolmo, e sta discutendo su quale sia il tipo migliore di panni da cucina. Un fiore pallido a sei petali, forse un narciso, spunta dalla camicia di quello più basso, all’altezza della spalla sinistra. Ho l’impressione che la corolla cambi posizione quando nessuno la guarda…
…e non posso fare una colpa a Silva di quello che è successo. Lei ci sta provando col poco che abbiamo. Praticamente nulla. Le scritte sul muro, con i graffiti dei seguaci dei 47 che potrebbero essere tanto una rivendicazione quanto un depistaggio, e quella parola, traditore, a cui non riusciamo a dare un senso…
…la fila si muove impercettibilmente, un bambino dietro di me si lamenta perché ha fame, la discussione sui panni da cucina si sta facendo animata…
…neanche a capire a chi si riferisca. Il cappuccio scomparso. Quella sensazione che non sono riuscito a identificare, quel giorno, e al cui ricordo continuo ad aggrapparmi senza comprenderla fino in fondo. Quel freddo che non veniva da fuori ma sembrava originare dall’interno, dentro le ossa e dietro lo stomaco. L’odore di chiuso e polvere, gli occhi che bruciavano…
…la lite sui panni è finita, l’uomo con il fiore ha vinto e il suo compagno si allontana con un paio di confezioni da cambiare, muovendosi in fretta perché davanti a loro c’è solo un’altra persona, una donna sui quaranta impegnata in un’animata conversazione su quante bottiglie di birra è autorizzata a comprare…
…il cuore che batteva all’impazzata, il senso di vuoto, l’oppressione al petto. Non so più neanche quanto ho davvero sentito di tutto questo, e quanto mi sto inventando perché ho bisogno di dare a Silva qualcosa su cui lavorare…
Il mio turno arriva improvviso, nonostante l’incidente con i panni i due prima di me sono stati più veloci del previsto. La cassiera batte in fretta i prezzi di detersivi, matite, pennarelli e post-it. Non fa una piega neanche su legumi e verdure. Forse stavolta il mio persecutore ha deciso di prendersi una pausa…
«Ce l’ha la certificazione per famiglie numerose?» Si è bloccata alla seconda confezione da sei uova. Mi fissa con l’aria stizzita di chi è convinto che gli stiano facendo perdere tempo apposta.
«No, io…»
Mette via uno dei cartoni delle uova, poi fa la stessa cosa con uno di quelli del latte e con due pacchi di pasta. «Questa settimana di questi se ne può prendere uno solo, senza la certificazione.»
«Ma non sono tutti per me, devo…»
«Senza la certificazione, uno solo» ripete, con aria di sfida.
Potrei protestare ancora, ma lascio perdere subito. Non darò al cassiere fantasma la soddisfazione di trascinarmi in una discussione infinita. Uscendo noto che la donna della birra invece ha fatto proprio quello ed è ancora lì, a parlare con una caporeparto affiancata dal lemure della sicurezza. Ha il volto coperto da una maschera di metallo, il corpo curvo avvolto in un lungo mantello di pelliccia, e si appoggia a uno spadone arrugginito che sembra pesantissimo. Chissà se è uno di quelli che ho affittato io.
Proprio di fronte al supermercato una profonda alcova ospita la statua, scolpita in unastatua gatto qualche pietra blu scuro,  di un gatto accovacciato sulle zampe posteriori, in stile egiziano. È alta quasi quanto me.
Tra le zampe anteriori ha un vasetto di sabbia, in cui sono piantati dei bastoncini d’incenso dall’odore pungente, e un piatto per le offerte pieno di monete e banconote, ma anche di topi di peluche e plastica, sacchetti di erbe essiccate e bustine di carta chiuse col nastro adesivo che penso contengano cereali. Un cartello accanto al piatto suggerisce di fare un’offerta alla Protettrice dei Raccolti per chiederle consiglio e protezione nel raggiungimento dei propri obiettivi.
Faccio per allontanarmi, poi mi fermo. Nelle tasche ho ancora le monete del resto.
La mia parte razionale ricomincia a protestare, ma anche questa volta non faccio fatica a ignorarla. Mi guardo attorno, un po’ in imbarazzo, sperando che non mi stia guardando nessuno, poi lascio cadere le monete nel piatto. Mi abbasso per fissare negli occhi il gatto di pietra.
«Allora, non è che sai dirmi cosa è che è freddo e sa di chiuso, polvere, lacrime e ansia?» sussurro.
«Ricordi tristi.» La voce, femminile e calda, mi prende alla sprovvista. Barcollo all’indietro, quasi cado. «Rimpianti. Occasioni perdute.» Qualcosa si muove nello spazio dietro la statua. È più profondo di quanto credessi. Una mano dalle lunghe unghie dorate si posa sulla testa del gatto, un volto fa capolino. Una donna dai lunghi capelli neri e mossi, occhi di un uniforme azzurro liquido tagliati in due da una pupilla allungata. «Paura del domani, e paura che il domani non ci sia. Cose difficili da cui liberarsi, ti si attaccano addosso come l’umidità e le ragnatele.» Sulla sua pelle si alternano in modo irregolare chiazze ambrate, nere e di un bianco latteo. Qualcosa che indossa tintinna quando si muove.
La gente che passa rallenta per guardarci, poi volta la testa e si allontana in fretta. Dovrei farlo anche io. Ma… sono risposte alla mia domanda, quelle?
«Ti porti appresso l’odore del sangue di cose morte, e che non dovrebbero morire. È un cattivo segno. Quel sangue porta alla follia, non lo sai?»
Avrebbe senso. Non sensazioni fisiche, ma il modo in cui, nello sforzo inconscio di renderli comprensibili, ho tradotto degli stati d’animo privi di contesto. Stati d’animo così intensi e pervasivi da lasciare un’impronta psichica percepibile sul luogo del delitto.
«E non è l’ultimo sangue di quel tipo che viene versato. Ne sento già dell’altro nell’aria…»
Troppo forti per essere frutto di una sola persona, o anche tre o quattro. Qualcuno se li è portati dietro da un luogo in cui devono essere così concentrati da essere quasi palpabili. Quanti posti simili possono esserci?
«…più vicino di quanto credi.»
Rivolgo un veloce “grazie” sia alla donna che alla statua, per sicurezza, e corro verso l’uscita, evitando per un pelo la donna delle birre che finalmente sembra aver finito di litigare.
La voce mi rincorre ancora.
«E stai attento a quel cassiere fantasma, è davvero arrabbiato!»
Mi blocco come se avessi colpito un muro, mi volto. «Ehi, che cosa…»
Dietro la statua solo un’alcova vuota, e l’eco di una risata.

photo credit: duncatra via photopin cc

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