Intermezzo – La meliade

Quanto a lungo è durato il silenzio? Quando è successo che la terra, la nebbia, il vento hanno ricominciato a parlare?
La prima volta che ho riaperto gli occhi non ho riconosciuto nulla di ciò che vedevo. Il cielo, il paesaggio, l’albero in cui mi trovavo, era tutto nuovo.
Ed ero sola. Non c’erano le mie sorelle, non c’erano spiriti negli alberi e nella terra, non c’erano dei e guardiani a vegliare su quel bosco troppo piccolo e addomesticato.
C’ero io. C’era la mia solitudine. E c’era l’uomo che correva.
frassinoPassava ogni mattina davanti al mio albero, nove, dieci volte. Vedevo altri umani, molti altri, ma nessuno era costante, dedito e concentrato quanto lui. Non capivo il suo correre in tondo, ma ammiravo i suoi gesti precisi, i suoi movimenti controllati ed eleganti, la forza che emanava dal suo corpo. Non somigliava a nessun altro che avessi mai incontrato.
Ci volle un’intera stagione prima che l’intorpidimento del lungo sonno passasse e mi tornassero un po’ le forze. Una stagione, e non mancai di osservarlo neanche un giorno. Fino a quando, in un’alba fredda e luminosa, riuscii a emergere dal tronco del mio frassino, proprio davanti a lui.
Ricordo la sua confusione, la sorpresa, le parole smozzicate. Come fosse tentato di fuggire, ma non riuscisse a distogliere lo sguardo da me, a smettere di cercare di dare un senso alla mia presenza. Il suo calore, quando mi avvicinai a lui senza dire nulla, stringendo il mio corpo nudo contro il suo.
La paura, quando gli trafissi la gola con una lunga scheggia di legno. Quell’incantevole pallore, il panico nei suoi occhi, mentre alla mia preghiera il terreno si apriva per accoglierlo e poi lo ricopriva.
Il suo sangue nutrì le radici del mio albero, parlargli man mano che si consumava e diventava parte di me mi mantenne sana di mente, mentre cercavo di comprendere quel mondo nuovo, e per quale motivo mia madre mi avesse fatta rinascere proprio in quella pianta, in quel momento.
Poi il cielo e la terra si spaccarono e le mie sorelle tornarono, e io capii.
Le mie compagne sono giovani, selvagge, affamate. Non hanno memoria, e nessuna idea di cosa sia appropriato e corretto.
Ma io ricordo. Ricordo la voce di nostra madre e il sangue di nostro padre. Ricordo la mirra dei nostri alberi offerta furtivamente per nutrire un potere così grande da doverlo nascondere agli occhi stessi del cielo. Ricordo l’odore dei campi di battaglia, e le cerimonie prima delle cacce notturne su cui era proibito posare lo sguardo a maschi mortali e immortali. Ricordo la sensazione che danno i muscoli che si contraggono sotto le mani e nella bocca mentre li si strappa da un corpo ancora vivo, e gli amplessi furibondi con tori dal volto umano. Ricordo i figli che ne nacquero, e come grazie al nostro miele crebbero così belli e feroci da far tremare gli dei stessi, da spingere quel potere che avevamo allevato a sterminarli nell’ingratitudine e nella grande acqua…
Sono qui per guidare e insegnare, anche se non sempre mi ascoltano, le mie bestiali sorelle. Ma fui io a condurle in battaglia, quando gli umani vennero per noi, nei giorni della paura e della furia dopo che il sole era scomparso. Indurii la punta della mia lancia sul fuoco che avevano portato per bruciarci. Quelle delle altre sono giavellotti rozzi, privi di ogni grazia, ma quando, con volontà e ricordi, ho modellato la mia dal legno del mio albero ho creato un’arma che nessun guerriero avrebbe vergogna di portare.
Ora i mortali che vengono a cercarci lo fanno col giusto rispetto. Sono tutte donne. Si fanno chiamare Alseidi, nella loro prevedibile, divertente arroganza. Ci portano persone in dono, e con le lance le facciamo nostre per sempre. Le loro ossa pendono dai rami dei frassini, e quando soffia il vento sbattono tra loro e ci parlano, ci rivelano segreti. Ma nessuno ha una voce tanto dolce e conosce verità tanto terribili quanto l’uomo che corre. Quando dormo mi metto a giacere accanto al suo teschio, perché quel suono mi accompagni nel sonno.
In cambio delle offerte i figli delle Alseidi ricevono la nostra mirra. Li guardo crescere, forti e crudeli, in questo luogo riparato da alluvioni sterminatrici, e sorrido.
Forse un giorno anche loro faranno tremare gli dei di questa città…

photo credit: aaron_eos_photography via photopin cc

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