Fabula X

Poggio sul tavolo una tazza decorata con piccole, graziose sfingi che si rincorrono, e la riempio di tè. Annuisco soddisfatto all’aroma che si diffonde nella stanza.
«Non mi piace.» La ragazza ha capelli disordinati che le ricadono sugli occhi, la faccia un po’ sporca e un’aria diffidente.
«Il tè?»
«La tazza.»
Non può avere più di sedici anni, anche se probabilmente il suo grosso giubbotto blu la fa sembrare più minuta di quanto non sia.
«Vuoi la mia?» le chiedo, mostrandogliela. Non sembra apprezzare il fatto che ritragga un grasso folletto barbuto.
«Che posto è questo?»
Riempio anche la mia tazza e vado a rimettere la teiera sul fornello. «La chiamiamo Scuola Liberata, anche se secondo me una volta era una caserma, o qualcosa del genere. È un posto per chi non sa dove andare, o ha dei problemi che non può risolvere senza un po’ d’aiuto.»
«Ah, un centro per disadattati…» Non mi dà il tempo di replicare. «Quindi, se io sono una disadattata, tu cosa sei? Un assistente sociale? Uno psicologo?»tazza
«No, sono solo uno dei volontari che vengono a dare una mano ogni tanto. Io faccio il commesso in libreria.» Ridacchia sarcastica mentre mi siedo di fronte a lei. «Che libri ti piacciono? Magari posso procurarti qualcosa.»
«Non so… Avrei tanto voluto sapere come andava a finire Harry Potter.»
«Per quello mi sa che dovremo rassegnarci…»
Torna a fissare con astio le figure sulla sua tazza. «Più che altro mi piaceva suonare, o ascoltare musica. Ma anche quella, ormai…»
«Beh, i vinili funzionano ancora. E si parla di un possibile ritorno alle cassette.»
«Alle cosa?»
Trattengo una risata. «Sei venuta qui con Malombra?» Annuisce. «Quindi stavi nella Fascia Desolata…»
«Eh?»
«La zona più vicina alla Frattura.»
«Oh, sì, molto vicino. Ma non è così desolata. Siamo in tanti ad abitare là, nonostante tutti i crolli che ci sono stati e quello che succede di notte.»
«Dev’essere dura.»
Si stringe nelle spalle. Non ha molta voglia di parlare. All’inizio non ne hanno quasi mai. «Perché non sei andata via?» insisto.
«Non sapevo dove andare.»
«E le persone che conosci? La tua famiglia, i tuoi amici…»
«Senti, ma che te ne frega?»
«Mi importa. Non sei la prima che passa da qui, sai?» Indico con la testa la porta della stanza. Dal corridoio arrivano di continuo rumore di passi e vociare confuso. «E non ho ancora conosciuto nessuno a cui non facesse bene raccontare quello che gli è successo.»
«Ma io non lo so cosa è successo!» Finalmente alza gli occhi verso di me. «Non ho capito niente! Un momento ero per strada, ed era tutto normale, e un momento dopo le luci si erano spente e le macchine si erano fermate, e tutti i cellulari avevano smesso di funzionare… E cosa cazzo era quella cosa luminosa in cielo? Tu lo sai?»
Ora sta gesticolando, alzando la voce. Provo ad approfittarne. «E dopo la luce?»
«E dopo è arrivato il terremoto, e a quel punto sono davvero impazziti tutti…La mia famiglia, dice. Ho provato a tornare a casa, ma le strade erano tutte strane, diverse da come me le ricordavo, e dai palazzi continuavano a crollare calcinacci, inferriate, anche balconi interi! E c’erano quelle cose che uscivano dal buio…» Si ferma e distoglie di nuovo lo sguardo. Quando ricomincia lo fa esitando. «Chissà che paura deve aver avuto mia mamma. La conosco, è una fifona. E mio fratello è piccolo, e non so dove sono…»
«È per questo che sei rimasta lì?»
«Ancora?»
«Perché non sai cos’è successo a loro?»
«Smettila!»
«Se volessi restare qui, noi potremmo…»
«No!» Balza in piedi, urlandomi contro. «Non voglio stare qui e non voglio andare da nessun’altra parte! Voglio solo tornare dai miei! Tornare a casa mia!»
La porta si spalanca all’improvviso. Lei si volta, sorpresa, spaventata.
«No, stai calma, non…» Non faccio in tempo a finire la frase. Davanti a me resta solo la sedia vuota.
Dall’uscio Malombra mi guarda incuriosito, una sagoma magra vestita completamente di nero. «Disturbo?»
Batto i pugni sul tavolo. «Come cazzo ti viene di entrare così?»
«Oh, stavi facendo una delle tue sedute terapeutiche. Pazienza.» Si avvicina al tavolo ostentando indifferenza sul volto ossuto. Soffoco la voglia di prenderlo a pugni. «Tanto quelli che ho portato non vanno da nessuna parte, per ora, ci ho pensato io. Avrai altre occasioni.»
«Che vuoi?»
Si ferma a fissare le tazze, da cui si solleva ancora un filo di fumo. «Non capisco l’utilità di sprecare tutto questo tempo» continua, ignorando la mia domanda. «E soprattutto non capisco la tua fissazione col tè. I morti che bevono sono pochi, e a nessuno di loro piace quest’acqua sporca.»
«Non deve per forza essere bevuto, serve per creare un’atmosfera rilassata, di condivisione.» Mi alzo in piedi per osservarlo da vicino. Ha l’occhio sinistro nascosto dietro la lente scura dei suoi occhiali, ma quello destro, attraverso la lente chiara, appare spento e iniettato di sangue. Sospiro, rassegnato. Chissà cosa si è fumato. «Ma che te lo dico a fare, fosse per te lasceresti diventare larve o lemuri tutti gli spiriti della Fascia.»
«Ma se sono io che te li recupero! Se mi mettessi a esorcizzarli faremmo molto prima, però.»
«Tu lo sai cosa succede a uno di loro quando viene esorcizzato?» Scuote la testa. «Neanche io. E siccome non lo sappiamo, e potrebbe essere qualcosa di orribile, preferisco provare a parlargli finché non diventano abbastanza calmi e consapevoli di quello che gli è successo da andare… dovunque vadano di solito, quando non restano qui.»
«E quello di oggi quanto era consapevole?»
«È confusa e si sente sola. Ma sono cose a cui si può rimediare.»
«Sei quasi commovente. Dovresti rifare questi discorsi ai Cercatori.»
«Che c’entrano i Cercatori d’anime?»
«Ero venuto a dirti questo, oggi durante il giro nella Fascia li abbiamo incrociati. Non è andata bene, uno dei nostri è ferito. C’è un’assemblea per discuterne tra dieci minuti.»
«E che aspettavi a dirmelo?»
Mi guarda confuso. Mastico una bestemmia mentre metto via le tazze. Lo sguardo mi cade sulle piccole sfingi colorate.
«Ma perché non abbiamo tazze su cui non sia disegnata qualche creatura spaventosa?»
«Spaventose? Le sfingette?» La voce di Malombra è indignata. «Ma hai visto quanto sono carine?»

photo credit: sampsyo via photopin cc

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