Fabula IX (seconda parte)

(continua da qui)

Anguane. Non le avevo mai viste prima, ma ne conosco le storie. Una sgradevole sensazione di gelo inizia a risalirmi lungo la spina dorsale.
«Offerta? Che vuoi dire?»
«Circa ogni mese le anguane di questo lago pretendono un’offerta dagli abitanti dei palazzi  vicini, come compenso per non cacciare o stregare nessuno che viva da queste parti. Di solito trattano direttamente con l’amministratore di questi condomini, ma in giornate come questa capita che vengano a… sollecitare.»
«Davvero? Con l’amministratore?»
«Non hai idea di quanto ci costa al mese…»
Le anguane si avvicinano a un varco nella recinzione. Il loro canto aumenta di ritmo, diventa una musica su cui si potrebbe ballare. Qualcuno inizia davvero a farlo, piano, titubante, allontanandosi dal suo gruppo. Nessuno cerca di riportarli indietro.
La prima delle donne passa attraverso una stretta apertura nella rete. Lo fa senza neanche fermarsi ad allargarla, ci scivola attraverso in un unico, fluido movimento, inarcando la schiena e piegando le braccia in angoli che credevo impossibili.
«Sono troppo vicine!» Silva mi infila l’ombrello in mano e si fa avanti, tenendo le braccia larghe e le mani ben visibili. Sembrano illuminate dall’interno: la pelle brilla, e sfrigola quando le gocce di pioggia la toccano.
«Va bene, abbiamo visto lo spettacolo. Ora potete andare via!»
Le altre anguane hanno seguito la prima oltre la recinzione. A quelle parole sorridono, tutte allo stesso momento. Il canto accelera ancora. Battono i piedi a terra, scuotono gli scialli, e iniziano a saltellare e roteare, danzando al ritmo della loro stessa musica. Disegnano un cerchio intorno a Silva.
Lei si piega sulle ginocchia, avvicina le braccia al corpo. «Come preferite…»
«Un attimo! Un attimo! Scusate, permesso!» La gente intorno a me si scosta, mormorando. La imito, per lasciar passare una donna in tailleur-pantalone grigio e tacchi alti, con un ombrello rosa in mano, seguita da un ragazzo alto e ben piazzato in impermeabile.
Le anguane interrompono il canto e le danze. Anche Silva si volta verso la nuova arrivata. Lei si ferma, prende fiato e sfodera un sorrisone. «Scusate, ho dovuto fare una corsa e con questi tacchi è un disastro!  Cos’è questa confusione?»
«E questa sarebbe…»
«L’amministratore» mi risponde l’uomo accanto a me. «Se l’è presa comoda!»
«Non era assolutamente necessario» continua l’amministratore. «Abbiamo un accordo ed è stato sempre rispettato, mi sembra, no? Anche lei, signorina, è meglio se va insieme agli altri condomini, su.»
Per un attimo temo che Silva la carbonizzi sul posto, ma torna accanto a me senza replicare. La copro con l’ombrello. «Lascia perdere quella stronza. E almeno non hai dovuto vedertela con cinque di quelle!»
«Avrei potuto farcela!»
«Va bene…»
«Avrei potuto!»
Le anguane si sono strette intorno all’amministratrice. «Allora, mi sembra di capire che siate venute per l’offerta. Non c’era davvero bisogno di arrivare a tanto, ma visto che siamo qui, vogliamo concludere?» A un suo cenno, il ragazzo arrivato con lei si fa avanti. Si slaccia l’impermeabile e lo lascia cadere a terra. Sotto è a torso nudo.
«Ma che succede?»
Silva osserva senza rispondermi, con un’espressione seccata. Il ragazzo si sfila anche i pantaloni, restando solo con un paio di boxer neri. L’amministratrice si fa indietro, mentre le anguane lo circondano.
«Lui è l’offerta? Mi stai prendendo per il culo, vero?»
Silva mi lancia un’occhiataccia. «Cosa credevi che fosse, un bonifico?»
Il canto ricomincia. È lo stesso di prima, ma questa volta sembra meno efficace e ipnotizzante. Non stanno più cercando di ammaliare tutti quelli che ascoltano, sono concentrate sulla loro preda. Il ragazzo, dal canto suo, non sembra avere nessuna intenzione di fuggire. Gira su se stesso mentre gli danzano intorno, avvicinandosi progressivamente. Posso vedere la lucidità scomparirgli dallo sguardo, i movimenti farsi incerti. Le anguane lo prendono per le mani e lo conducono con loro, verso il lago.
«E a te sta bene?» Stavolta parlo a voce così alta che mi sentono tutti. I condomini si voltano verso di me, l’amministratrice mi rivolge uno sguardo severo da sotto gli occhiali.
Silva mi guarda confusa. «Cosa vuoi dire?»
«Non hai intenzione di fare niente? Non hai fatto niente tutte le volte che hanno fatto una cosa del genere?»
«Cosa avrei dovuto fare?» È stupefatta. Che le prende? Non sa cosa fanno le anguane alle loro vittime?
Il ragazzo è già stato portato oltre la recinzione. Fanculo, non ho tempo per queste stronzate. Getto via l’ombrello e inizio a corrergli dietro. Sento delle grida di protesta, ma non mi prendo la briga di ascoltarle.
Quando lascio la strada asfaltata le mie scarpe iniziano ad affondare nel terreno reso fangoso dalla pioggia. Mi infilo nel passaggio nella rete, raschiandomi per cercare di fare in fretta, e mi faccio strada a fatica nell’erba alta. Perché sono così veloci?
Da così vicino il canto delle anguane fa girare la testa, provoca euforia e sfinimento. Mi accorgo di non riuscire a procedere in linea retta. E mi rendo conto di non avere la minima idea di come fermarle solo quando mi fermo e inizio a urlare, sperando di attirare la loro attenzione.
Non credevo potesse funzionare, ma lo fa. Una delle anguane si ferma, torna verso di me. Mentre si avvicina l’aria si riempie del tanfo di acqua e marciume. Ma c’è dell’altro al di sotto, un aroma seducente, invitante, che cancella il disgusto. I suoi occhi verdi incontrano i miei. Non è possibile che degli occhi splendano così tanto.
Mi ritrovo a camminare senza essermi accorto di aver ricominciato a muovermi. L’anguana mi ha passato il suo scialle dietro il collo, e lo usa per guidarmi. Avverto il fastidio di un rivolo d’acqua che mi scivola lungo il collo.
Il tonfo di qualcosa che sbatte nell’acqua e… un grido? Rumori di lotta? Quanto sono vicino al lago? Perché il canto si è interrotto?
Punto i piedi a terra per fermarmi, cerco di divincolarmi. L’anguana mi trattiene con lo scialle. È molto più forte di quanto sembra. Mi afferra per le braccia, passa le sue gambe tra le mie. Quanto sono lunghe? Mi sembra di essere avvolto da spire che mi immobilizzano, mi strizzano l’aria fuori dai polmoni quando cerco di gridare. Mi ritrovo col volto a pochi centimetri dal suo. Come ho potuto pensare che avesse gli occhi verdi? Sono dorati, tagliati da una sottile pupilla verticale, da rettile…
Una fiammata mi esplode accanto ai piedi, una colonna di fuoco che sbuca dal nulla. L’anguana sibila, allenta la presa. La spingo indietro, provo a liberarmi, ma è solo alla seconda esplosione che ci manca di pochi centimetri che decide di lasciarmi andare. La creatura che si allontana da me non assomiglia più a un essere umano. È un insieme di arti sinuosi che si muove strisciando rapido, scivolando nel lago, là dove qualcosa sta succedendo, tra schizzi e corpi ammassati…
Un colpo improvviso dietro la schiena, cado di faccia nel fango. Qualcuno mi sale sopra per bloccarmi.
«Cosa cazzo credevi di fare?» La voce di Silva suona furibonda. «Hai deciso di farti ammazzare?»
«Volevo… solo… aiutare…» Aspetta qualche secondo, prima di lasciarmi andare. Mi tende la mano per aiutarmi a rialzarmi. «Volevo solo aiutarlo» ripeto. Mi volto verso il lago. Qualcosa di grosso e scuro guizza sotto il pelo dell’acqua, allontanandosi. Il ragazzo è riverso vicino alla riva, la nuca che emerge appena. «Merda…»
Ricomincio a correre, entro in acqua. «Mi spieghi come fai?» grido contro Silva. «Come puoi permettere una cosa del genere? Quanti sono finiti così?»
Il suo sguardo incredulo è l’ultima reazione che mi sarei aspettato. «Ma che sei, scemo? Cosa credi che… Oh, guarda!»annegando
Qualcosa si muove nell’acqua dietro di me. Salto all’indietro, certo che le anguane siano tornate. Invece vedo il corpo del ragazzo che trema, le braccia che si agitano e battono l’acqua, la testa che emerge con un urlo strozzato che forse è solo un tentativo di risucchiare aria.
Lo affianco e lo tiro su, lo sorreggo mentre arranca fuori dal lago, dove si lascia cadere carponi.
«Bel lavoro Lù, grazie» Silva gli dà una pacca sulle spalle. Lui annuisce, prima di chinarsi a vomitare.
«Cazzo! Credevo davvero che fossi annegato! Che spavento…» comincio, ma Silva mi interrompe.
«Oh, ma è annegato, eh? Le anguane non si accontentano di niente di meno.» La guardo senza capire. «Lù è un cambiato. Sangue di qualche divinità fluviale, immagino. L’acqua si rifiuta di ucciderlo. Può riempirgli i polmoni, fargli perdere i sensi, ma poco dopo… Beh, lo vedi anche tu.»
«Mi avranno sacrificato una trentina di volte, ormai!» Lù si rialza, ridendo. È ancora un po’ incerto sulle gambe, lo aiuto a restare in piedi e a camminare verso la strada.
«E alle anguane sta bene?»
Silva si stringe nelle spalle. «Forse per loro la cosa importante è l’atto in sé, non la morte della vittima. O forse hanno difficoltà a distinguere un umano dall’altro…»
«A me va bene in entrambi i casi» ridacchia Lù. «Comunque mi fa piacere che qualcuno si sia preoccupato, grazie.»
«Figurati…» Guardo i lividi e le ferite che ha sul collo, le braccia, le gambe. Noto la difficoltà con cui respira, lo sguardo perso. «Niente di rotto? Stai bene?»
«Niente di rotto stavolta, per fortuna! E starò bene, ho un mese per riprendermi tra un’offerta e l’altra…»
Appena riesce a camminare da solo ci fermiamo e lo lasciamo proseguire. Viene accolto con un applauso dai condomini.
«Meglio se aspettiamo che vadano via. Sono tutti incazzati con noi, là. Ci tengono molto all’accordo con le anguane» mi spiega Silva.
«A proposito, grazie per il salvataggio.»
«Avrei dovuto lasciarle fare! Come ti è saltato in mente che potesse starmi bene che ammazzassero qualcuno in quel modo?»
«Non in una volta sola, perlomeno.»
«Ehi, non provarci nemmeno a farmi la predica. Lo vedo anche io come si riduce, Salvo si incazzava ogni volta. Ma cosa dovrei fare? Questa gente ha bisogno di protezione. E lo pagano bene, ha buone cure mediche e…» Il suo sguardo incrocia il mio. Si morde le labbra. «E sto dicendo cazzate, vero?»
«Eh…»
«Lo so, lo so. Ma posso pensare io a ogni cosa che va storta in questa cazzo di città? Non faccio già abbastanza?» Non si ferma neanche ad aspettare una risposta. «Va bene, va bene, basta che la smetti. Ma una cosa per volta. Vediamo di risolvere questo caso prima del prossimo mese, così poi potrò occuparmi anche di questo, ok?»
«Ok.» Le sorrido. «E già che ci siamo… Non è che hai abiti di ricambio, vero? Non voglio sporcarti di fango tutta la casa…»
«Avrei davvero dovuto lasciarti annegare» sbuffa. «E dovresti andarci tu, alla prossima assemblea di condominio. Chissà il culo che mi faranno…»

photo credit: Encore! [ Stefano Coviello ] via photopin cc

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