Fabula VIII

«Così è questa la famosa donnina, eh?»
Seduta compostamente a gambe incrociate sulla soglia del bagno, lei alza la testa quando si sente chiamata in causa. Le fessure che ha al posto degli occhi si inclinano verso il basso, quella al posto della bocca si stringe. Cos’è, un’espressione concentrata?
«Già. Cosa ne pensi?»bambola
Oggi porta i capelli neri acconciati stretti sulla nuca, e un kimono azzurro decorato da motivi dorati, con una fascia rosa alla vita. Ha le mani posate in grembo, ma probabilmente le usa, rapida e furtiva, quando nessuno la guarda, perché il biscotto nel piattino che le ho messo davanti continua a diminuire.
«Mai visto niente del genere!» Benny si stringe nelle spalle, per poi tornare a dedicarsi al piatto di pasta che ha davanti. Il suo famiglio, nella sua solita forma da coniglio d’angora nero, gli trotterella intorno ai piedi, spargendo peli ovunque.
Come ho fatto a pensare che potesse saperne qualcosa? «Beh, almeno ora sono sicuro che esiste davvero e non c’è solo nella mia testa.»
«Anche in quel caso, avresti potuto non essere pazzo. Avresti potuto avere la vista…» Ammicca mentre lo dice, tra un boccone e l’altro.
Rabbrividisco. «Mi manca solo essere un cambiato inconsapevole…»
«Paura di finire tra le mani del Professore, eh?»
«Non riesco a pensare a nessun motivo, che non me la faccia fare sotto, per cui nel suo reparto noi infermieri non possiamo entrare!» Butto giù un sorso di vino. «Voi tirocinanti, invece?»
«Sono ammessi solo i fortunati bastardi che stanno per ottenere l’abilitazione…»
«Niente da fare neanche quest’anno, eh?»
Sbuffa. «Me lo dico da solo, così ti risparmio la fatica: sì, me l’avevi detto, bravo! Sei un indovino, forse ce l’hai davvero, la vista
«Non incazzarti con me, ora! Ma quanto tempo è, ormai? Dico solo che magari la stregoneria curativa non è la tua strada, ci sono altre cose che potresti fare…»
Mi zittisco quando mi accorgo di come mi sta guardando. Mormoro delle scuse e torno al mio piatto.
«Parla?» mi chiede, dopo un po’ di tempo in silenzio, indicando con la testa la donnina. Mi scappa un sorriso. Non riesce a rimanere arrabbiato con nessuno per più di cinque minuti, è uno dei suoi lati buoni.
«Non mi ha mai detto nulla, neanche quando ho provato a chiederle qualcosa direttamente. Però qualche volta canta.»
«Ma dai? Cose che conosci?»
«No. Una qualche melodia dolce, senza parole.»
Ci voltiamo a guardarla tutti e due. Il coniglio si è avvicinato ad annusarla, e lei si è stretta gelosamente al petto quel che rimane del biscotto.
«Stai buono, tu!» Al richiamo di Benny, il famiglio, dopo un attimo di esitazione, si allontana dalla donnina, sventolando ostentatamente il posteriore verso di noi. «Chissà perché ha scelto proprio questo posto, quella cosa strana» continua la strega, pensieroso. «Sembra più una bambola che un folletto. Hai un debole per i giocattoli per bimbe?» sogghigna.
«Tu ridi, ma una bambola ce l’ho avuta davvero!» Benny aggrotta le sopracciglia. Scoppio a ridere. «Beh, cos’è quella faccia? I miei mi raccontavano sempre che una volta, quando ero molto piccolo, mi impuntai per averne una, finché non mi accontentarono per farmi stare buono. Una bambola di quelle morbide, di pezza… com’è che si chiamava? Celeste?»
«Ah, se non lo sai tu, bella bambina…»
«Sfotti, sfotti, strega!» Mi alzo per togliere da tavola i piatti vuoti.
«Quello è un titolo neutro!»
Sto per replicare, ma un rumore mi distrae. Quando mi volto per guardare di cosa si tratta, la mia espressione deve rivelare troppo, perché Benny mi si avvicina preoccupato.
«Ehi, tutto bene?»
Il coniglio sta raspando freneticamente contro la porta del mio ripostiglio. Ogni tanto volta la testa pelosa, e i suoi occhi neri si fissano su di me.
«Oh, scusa!» Benny corre a prenderlo e se lo carica in braccio. «Stai buono tu, che ti prende?» chiede al famiglio, che continua ad agitarsi. «E che prende anche a te? Sei pallido. Non credo che ti abbia graffiato la porta, vero?»
Mi piego sul lavandino a mettere i piatti nell’acqua, per nascondere il volto. «Ma no, non è quello, figurati…»
«Ah, ho capito…»
Trattengo il fiato. Cazzo, sta succedendo davvero?
«Là dentro ci nascondi la tua collezione di Barbie, eh?»
Il sollievo è tale che non devo neanche sforzarmi per tirare fuori una risata. «Mi hai beccato! Ringrazia che hai già mangiato, perché ora dovrei avvelenarti per mantenere il segreto!»
Scambiamo qualche altra cazzata, poi gli faccio capire, forse troppo bruscamente, che per me si è fatto tardi. Se ne va ringraziandomi per la cena e dandomi l’arrivederci in ospedale. Il suo famiglio non smette di guardarmi finché non chiudo la porta.
«Cazzo, che paura!» La donnina è rimasta sulla soglia del bagno. Del biscotto restano solo le briciole. China il capo, come per ringraziarmi. Le sorrido, mentre spengo un paio di candele e metto via il fornello da campo. «Celeste… che ne dici, ti piace come nome?»
Piega la testa di lato. Beh, perlomeno non sembra detestarlo.
Metto a bagno anche i bicchieri, poggio la bottiglia di vino nel frigo semivuoto, tanto presto o tardi la corrente torna sempre.
Solo quando mi sono completamente calmato accendo la torcia elettrica e vado ad aprire il ripostiglio. Il grosso zaino è sul pavimento, tra le scope e i detersivi.
Lo poggio sul tavolo. Tiro fuori e indosso la larga felpa grigia col cappuccio. Rovescio i guanti di gomma nera prima di infilarli alle mani, un metodo rozzo ma efficace per proteggermi dalle illusioni e fascinazioni di molte creature. Controllo che il pacco di riso pieno a metà sia chiuso saldamente: è incredibile il numero di mostri che non possono fare a meno di fermarsi a contare i chicchi, se glieli si versa davanti. Le due bombolette di vernice spray sono ancora utilizzabili, e anche gli stencil di cartone spesso, in cui sono ritagliati il numero 47 e la forma stilizzata di un corno da caccia.
Mentre infilo lo zaino sulle spalle incrocio lo sguardo di Celeste. Gli occhi e la bocca sono tre archi con le estremità rivolte in basso. Sembra davvero triste.
«Non è che ce l’ho con te, davvero…» Mi fermo sulla porta a guardarla un’ultima volta, prima di uscire. «Non è una cosa personale…»

 

photo credit: snowfox creations via photopin cc

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