Fabula VII (seconda parte)

(continua da qui)

La voce è aspra, sgradevole. E inaspettata. Spaventa sia me che Silva.
Sono in due dietro di noi. Quando sono arrivati? Quello che ha parlato è un uomo basso e sovrappeso, sui cinquanta. Sotto un vecchio fedora marrone, la barba non fatta, la giacca e camicia stropicciate e l’aria irritata sono quelle di qualcuno buttato giù dal letto troppo in fretta. «Poi mi spiegherai come hai fatto ad arrivare così presto, cavolo…»
Accanto a lui un uomo molto più giovane, alto e distratto. Si abbina male al suo compagno. È impressionante e inconfondibile, con quegli occhi azzurri, i tatuaggi di ratti e serpenti stilizzati che si vedono sul collo e sulle braccia massicce,  i lunghi capelli neri, in maniche corte e  bermuda nonostante il freddo, ma con guanti di pelle nera alle mani. Folco, lo sciamano metropolitano dei giornali.
«Sono arrivata per prima io! È mio!» sbraita Silva.
«Che sei arrivatadavelli prima è sicuro. Sei arrivata addirittura prima della squadra di indagine, insieme agli spazzini!» Indica i tecnici che stanno armeggiando intorno al cadavere. Lui dev’essere per forza Davelli. Viene fotografato molto meno del suo compagno, ma lui e Folco sono citati sempre insieme nelle notizie. La coppia più famosa della EXO. «Se il ragazzo qui non avesse sentito qualcosa di strano e insistito per venire direttamente, chissà che avresti combinato.»
Folco non ci guarda. Sposta la testa da una parte all’altra, gli occhi vacui, mormorando qualcosa tra sé e sé.
«Combinato? Io sono un’agente, quanto te!»
«Sei un’agente a cui non è stato assegnato un altro operatore. E anche se hai portato… cos’hai lì, un freelance? Guarda quant’è pallido, dagli qualcosa da mangiare!» Tira fuori dalle tasca della giacca una merendina al cioccolato e me la porge. Sembra un po’ sciolta. Scuoto la testa. «No?» La scarta e la addenta. «Dicevo» biascica mente mastica, «non lo hai visto il dottore, come ti era stato richiesto, vero?» Mi volto verso Silva. La sua espressione confusa vale un’ammissione. Dottore? «E allora non puoi prendere nessun incarico. Il caso è nostro.»
«No!» Silva mi spinge di lato e si avvicina a Davelli. Sovrasta l’uomo di tutta la testa. Le sue dita brillano dall’interno, l’odore di bruciato riempie l’aria. Che vuole fare? Persino Folco abbassa gli occhi su di lei, improvvisamente concentrato.
Questa volta tocca a me afferrarla per le spalle, mentre la tiro via.
«Sei impazzita?» le sussurro. Mi lancia un’occhiata rabbiosa, ma non si oppone mentre la faccio allontanare.
«Ecco, portala via, prima che si metta nei guai» mi grida dietro Davelli. «E ricordati di mangiare!»
Passiamo accanto a un alichino a testa bassa, attenti a non incrociarne lo sguardo. Persino senza strumenti riesco ancora a sentire la presenza di Folco, alle mie spalle, anche se non riesco a capire cosa stia facendo. Bello, famoso e un naturale potentissimo. Penso di odiarlo.
Svoltiamo in una strada più larga, camminiamo fianco a fianco.
«Allora, cosa è successo?» sbotto. «Ti eri dimenticata di avvisarmi che non puoi lavorare?»
Silva tira fuori una sigaretta, la accende sfiorandola con l’indice. «Sì che posso. Ma vogliono farmi fare un qualche tipo di valutazione psicologica, dopo quello che è successo a Salvo…»
«E invece hai deciso di fregartene. E già che c’eri hai tirato in mezzo anche me, giusto?»
«Sì, avrei dovuto dirtelo prima, ma non avevamo tempo! Hai visto come sono arrivati in fretta?»
«Bene, ora ce l’abbiamo il tempo!» Mi fermo lì sul marciapiede. «Spiegami!»
Si ferma anche lei. «Voglio farli fuori. Folco e Davelli.»
«Non starai mica dicendo sul serio?»
«Ma no, che hai capito? È che… hai una vaga idea di che stipendio pazzesco prendano quei due? E ci devi aggiungere gli sponsor, le interviste, i clienti che vogliono lavorare solo con loro. Delle fottute celebrità. Ma sono solo un bluff…» Abbassa la testa. «Hanno chiuso le indagini su Salvo. Subito. Mi hanno tolto il comando e ordinato di bruciare tutto, senza neanche ascoltare quello che avevo da dire. I migliori agenti della città, e non hanno speso un solo fottuto secondo per capire se fosse possibile fare qualcosa, a cercare un modo per recuperarlo…» Ora ha la voce rotta.
«Mi dispiace, Silvia, davvero, ma non puoi pensare lo abbiano fatto di proposito…»
«Voglio rovinarli.» Se mi ha sentito, mi ha ignorato. «Farli sbattere fuori dall’agenzia. E per farlo devo fargli perdere credito, far sembrare inutile e immeritato quello che guadagnano e l’attenzione che ricevono. Cominciando col soffiargli i casi grossi, come questo. L’omicidio di un monacello, ti rendi conto?»
Scuoto la testa. «Vedere quel dottore non mi sembra un’idea così brutta, no?»
«Non cominciare anche tu…»
«Ti rendi conto di cosa stai dicendo? È assurdo!»
«Va bene, mettila così. Mi serve un operatore. Uno di cui possa fidarmi, come facevo con Salvo, non qualche sconosciuto pescato chissà dove dalla EXO. E mi serve qualcuno che mi aiuti a rimanere lucida e razionale, e mi fermi se sto per dare fuoco a uno di quegli stronzi.» I suoi occhi arancioni fissano i miei. «Mi servi tu.»
Un’opportunità. Di stare vicino a un’amica che forse è solo sconvolta momentaneamente, ma di sicuro ha bisogno di aiuto. Un’opportunità che puzza di pericolo e illegalità, e in cui probabilmente non ci sarà nulla da guadagnare. Un’altra opportunità che fa schifo…
«Colazione pagata.»
«Cosa?»
«Se devo aiutarti e dobbiamo svegliarci spesso così presto, devi almeno offrirmi la colazione!»
Finalmente sorride. Dal sollievo sul suo volto quasi mi aspetto che mi abbracci, invece mi rifila una pacca sulle spalle. «Lo sapevo che avresti detto di sì, potevi risparmiarti la scena!»
Riprendiamo a camminare.
«Mi servirà caffè. Tanto.»
«Sì, sì… Ma mangi ancora quella schifezza di cornetto all’amarena?»

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