Fabula VI (seconda parte)

(continua da qui )

Il ciclope si china per attraversare la porta. Visto così sembra ancora più grosso.
Afferro un’altra fiala e le rompo il collo con il dito, puntandola contro di lui. L’incantesimo dei telchini, sospeso e intrappolato nel vetro un istante prima del suo completamento, si libera, e insieme alle ultime sillabe viene fuori anche un vento impetuoso e gelido, che trasporta neve e ghiaccio.
Il ciclope non se lo aspetta. Lo investe in pieno, lo fa esitare, sollevare le braccia per proteggersi il volto. La mia occasione. Getto via la fiala, sguaino il pugnale e colpisco di punta, mirando al suo addome…
No! La lama affonda appena, i suoi nuovi fasci muscolari sono assurdamente resistenti. Le sue mani si stringono intorno al mio collo, e mi solleva da terra. Mi aggrappo ai suoi avambracci, tiro con tutta la mia forza, ma è impossibile rompere quella presa. Scalcio, annaspo. Mi manca l’aria, mi fa male. Provo a ripensare all’addestramento di autodifesa, ma è inutile, nella mia testa trova spazio solo il dubbio se mi spezzerà prima qualcosa di importante, o sopravvivrò abbastanza da farmi soffocare.
È dura riuscire a superare l’istinto che mi urla di continuare a cercare di allentare la morsa che mi sta uccidendo, ma riesco a costringere la mia mano sinistra ad arrivare alla cintura. Le mie dita si stringono intorno a qualcosa di soffice, ma granuloso alla pressione. Il sacchetto del sale!
Lo afferro e glielo sbatto contro l’occhio, premo e strofino con tutte le mie forze. Non gradisce, geme, mi lascia andare per portarsi le mani al volto. Vorrei crollare a terra ad apprezzare il fatto che sono ancora capace di respirare, per quanto sia doloroso, ma non ne ho il tempo. Tossendo afferro il coltello caduto ai suoi piedi. Punto la lama verso il basso, serro le dita intorno all’impugnatura per aumentare la forza d’impatto del mio pugno. Gli tiro un montante all’inguine, e questo lo sente, perché si piega in avanti. Un altro colpo dritto sulla mascella, e poi afferro l’arma anche con l’altra mano e mi lascio cadere in ginocchio per affondarla con tutto il mio peso attraverso il suo piede destro.
Lo lascio piantato lì e salto indietro. Le sue urla di dolore sono promettenti.
«Calmati, maledizione, o dovrò farti ancora più male!» grido, sperando di averlo spaventato abbastanza da fargli passare la voglia di uccidermi. Il cambiato abbassa con cautela le dita dall’occhio, ora diventato rosso, e da cui scendono lacrime miste a sangue. Ruggisce e agita le braccia davanti a sé, cercando di afferrarmi. Indietreggio un altro po’ e mi azzardo ad abbassare lo sguardo sulle due fiale che mi sono rimaste. Qual era quella col veleno della drakaina?
Un crepitio, poi un altro. L’aria si riempie di quell’odore dolciastro e pungente che precede i temporali. Sollevo gli occhi. Il ciclope fissa sorpreso le sue mani. Scommetto che abbiamo la stessa espressione.
Scariche elettriche bluastre si rincorrono lungo le sue dita, sempre più velocemente. Si sollevano verso l’alto, in un arco. Che cosa…
Mi ritrovo a terra senza capire come ci sono finita. Le mie orecchie ronzano, davanti agli occhi vedo solo macchie biancastre, qualcosa di appiccicoso mi cala dalla fronte lungo il volto. Il confortante, atroce dolore al lato sinistro del corpo, dove devo aver sbattuto contro il muro, mi rassicura del fatto che sono ancora viva.
Un fulmine! Ha tirato uno stramaledetto fulmine! 1,21 gigowatt urla per un’inopportuna associazione di idee Doc Brown, da qualche parte nei miei ricordi, e non sembra volersi fermare. Deve avermi mancato di parecchio, o non sarei qui a godermi le mie probabili fratture. Ma cosa cambia? Non so neanche se sono in grado di rialzarmi…
Le macchie davanti agli occhi ci mettono quella che sembra un’eternità ad attenuarsi, così come il ronzio. Riesco a intravedere il ciclope, a terra anche lui, i suoi profondi lamenti un’eco appena avvertibile oltre il rumore che mi invade le orecchie.
Restiamo così per un po’, mentre recupero in parte vista e udito. Ma io sono ancora stesa, il cambiato è già in ginocchio, e sta cercando di rialzarsi. Provo a sfruttare la vicinanza del muro a cui appoggiarmi per farlo anch’io, ma riesco solo a sollevarmi seduta.
L’occhio del ciclope è piantato su di me, la sua bocca è spalancata in una smorfia di… dolore? Rabbia? Non promette bene in entrambi i casi.
Poggia il piede sano a terra, e si aiuta con le mani per provare a farlo anche con l’altro.
È finita. È tempo di morire
«I ciclopi creano le folgori. Come fai a non conoscere quella storia?» La voce di Irene suona ancora più esile del solito. Entra nella stanza coi suoi brevi, rhat girlapidi passi.
«No Irene, vai via!»
Non mi ascolta. Viene a mettersi tra me e il ciclope, fronteggiandolo. La sua sagoma minuta sembra ancora più piccola di fronte a quella del cambiato che si è faticosamente rimesso in piedi.
«Sono solo quattro le cose da ricordarsi dei ciclopi! Hanno un solo occhio, non reggono l’alcool, mangiano carne umana e creano le folgori, non è difficile!»
Ha la voce rotta, tremante. Il ciclope si muove verso di lei trascinando la gamba destra. A ogni passo geme pietosamente. Ma, per quanto possa non stare bene, gli basterebbe poggiare una mano su Irene per spezzarla in due.
Lei si sfila gli occhiali e solleva la testa verso il cambiato. Quando non si costringe a rimanere curva sembra un po’ più alta. Il ciclope abbassa l’occhio verso di lei. Solleva la mano destra, come a volerla schiaffeggiare. Sto per urlarle di stare attenta, di togliersi da lì, ma il braccio della creatura non si abbassa. Resta immobile, mentre il ciclope si china un po’ in avanti, come per guardarla meglio negli occhi.
Il cappello le scivola a terra. I capelli chiarissimi le ricadono sulla schiena, mentre i corpi grigiastri e striati di nero delle serpi che sbucano dalla sua testa e le si annidano sul capo, ora sveglie, si agitano, si contorcono, le scivolano lungo le guance e sulle spalle. La vedo tremare, ma non cambia posizione.
Il cambiato si è accorto che qualcosa non va. Anche lui trema, tentando di muoversi, ma senza successo. Prova a urlare ma riesce a emettere solo un verso strozzato, che si spegne subito anche se la bocca resta spalancata. Solo l’enorme occhio sporgente continua a spostarsi frenetico da una parte all’altra, ma non può sfuggire allo sguardo di Irene. Dopo pochi secondi rallenta, per poi fermarsi completamente..
Irene abbassa la testa e si lascia cadere in ginocchio. Io resto a fissare il ciclope con attenzione, attendendo un movimento improvviso, una contrazione qualunque.
Non arrivano. È paralizzato.
Paralizzato… ripeto la parola tra me, mentre un’inaspettata euforia mi monta dentro. Ho le lacrime agli occhi, ma scoppio a ridere. «Occazzo, siamo vive! Siamo vive!» Urlo con tutte le mie forze. «Non ci credo! Stavolta ero sicura che sarei morta! Ma sicura sicura! E invece guardami qua! Mi fa male anche parlare ma parlo, vaffanculo! Parlo!»
Continuo a gridare, ridere e piangere per qualche minuto, credo, assaporando la gioia di respirare ancora e di sentire le costole protestare dolorosamente ogni volta che lo faccio. È solo quando mi raggiungono i singhiozzi di Irene che riesco a calmarmi.
Mi trascino da lei, che è ancora inginocchiata e con le mani premute sul volto.
«Come stai? Tutto bene?»
«Mi strisciano addosso, mi strisciano addosso!» mormora. «Fermale, ti prego, fermale!»
Avevo dimenticato. Uso la mano ancora buona per afferrare le serpi, raggrupparle, costringerle ad arrotolarsi di nuovo tra i suoi capelli. Non è facile, si ribellano e tentano di mordermi, ma i loro denti non riescono a penetrare il mio guanto, e non possono certo scappare da nessuna parte. «Le ho prese, vedi? È tutto sotto controllo. Falle addormentare e le infiliamo nel cappello, va bene?»
I singhiozzi si calmano un po’. Dopo qualche secondo inizia a mormorare una nenia lenta e dolce, in un dialetto stretto di cui capisco pochissimo. I serpenti smettono di agitarsi nella mia presa, e poco alla volta chiudono gli occhi. La aiuto a raggruppare i capelli come un nido per le serpi, e infilare di nuovo tutto sotto il suo spazioso copricapo, piantandoglielo bene in testa.
«Va meglio ora?»
Annuisce. Ha smesso di piangere, ma continua a tenere gli occhi serrati, mentre fruga il pavimento con le dita. «Lui come sta? È vivo, sì? Non gli ho paralizzato il cuore o i polmoni per sbaglio, vero?»
Le guido una mano agli occhiali, e guardo il ciclope. È difficile dirlo. Nella penombra, così immobile, sembra un pupazzo o una statua di cera. Mi tendo a tastargli il piede in cui è ancora conficcato il mio pugnale. «Continua a uscire un po’ di sangue dalle ferite, ed è caldo. Penso proprio sia vivo.»
Sospira di sollievo. «E io?» Si allarga il bavero del cappotto per scoprire il collo. Alla base la pelle è coperta da piccole scaglie di un grigio che ricorda la pietra. «Mi sono spuntate altre squame, vero? O mi sono cresciute ancora le zanne?» Ritrae le labbra, mostrando l’apparecchio che cerca di tenerle in ordine i denti nonostante la presenza di canini inferiori molto più lunghi e larghi del normale.
«Mi sembra tutto come prima» la rassicuro. Non ne sono certa, in realtà, ma nel dubbio non c’è nessun motivo di spaventarla.
Annuisce, e poggia la fronte contro la mia spalla sinistra. Trattengo un lamento, e uso il braccio destro per abbracciarla.
Passano alcuni minuti prima che rompa il silenzio. «E adesso cosa facciamo?»
«Beh, abbiamo bisogno di aiuto per trasportare il nostro amico in un posto sicuro, io non credo di essere in grado di andarmene sulle mie gambe, e se venissero anche un dottore o due non sarebbe male…» Mi fermo a pensarci su. «Hai mica idea di come facciamo a richiamare i poliziotti di prima?»

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