Fabula VI (prima parte)

Quando i treni ancora portavano da qualche parte la stazione del rione Martelli doveva essere stata anonima, una delle tante. Anni di abbandono e incuria le hanno dato una sua personalità. I muri sporchi, le porte sfondate, le carrozze arrugginite di un treno fermatosi definitivamente appena dopo essere partito, sono al tempo stesso suggestive e spaventose…
«C’è mai stato un film horror ambientato in una stazione?»
«Eh?» Il poliziotto che stadeserted stationva parlando si ferma.
«Mi ricordo di qualcosa nella metropolitana, ma in una stazione…»
«Non interrompere, dai!» Irene mi colpisce con un pugnetto sulla schiena. Lo sento appena, attraverso i pesanti guanti che indossa, come riesco a malapena a intravederle il volto, mentre sta lì accanto a me a testa bassa, infagottata nel suo cappotto col bavero alzato e col grosso cappello floscio di stoffa calato in testa fin sopra gli occhiali dalla montatura spessa. «È importante!»
«Sì dai, ho capito, tizio cambia inaspettatamente, dà i numeri, fugge qui…»
«Ha ucciso tre persone, e probabilmente ne ha divorata in parte una. È possibile che almeno due delle vittime fossero suoi parenti!» si intromette il poliziotto. Sembra incazzato.
«L’ufficio del Tribuno non crede proprio che abbia ucciso qualcuno, chiaro?» faccio notare all’agente, sorridendogli. «L’ufficio del Tribuno pensa che quelle tre persone siano morte in un incidente assolutamente non collegato a quello che sta succedendo qui, e che la situazione dei cambiati sia del tutto sotto controllo. Lei non è d’accordo?» Lo fisso finché non si decide, esitante, ad annuire. «Benissimo! E proprio per questo non c’è bisogno che lei e i suoi colleghi» indico gli altri agenti in tenuta tattica intorno a noi «restiate qui, ad attirare attenzione e far sospettare cose che non sono vere a chiunque possa vederci. Ce ne occupiamo noi.»
Il poliziotto sposta lo sguardo su Irene. «Voi due? Anche se siete delle Furie…»
Allargo un po’ di più il sorriso, fingendo di non aver fatto caso a quel maledetto soprannome. «Noi due» annuisco. «Cos’è, fa l’apprensivo solo perché siamo due donne? E non si preoccupi, dovesse andare storto qualcosa le assicuro che urlerò talmente forte che qualcuno mi sentirà e vi richiamerà!»
Borbotta qualcosa sottovoce mente si volta e parla ai suoi uomini. Giurerei che è qualcosa di poco educato.
«Perché fai sempre così?» mi chiede Irene appena gli agenti non sono più a portata di voce.
«Perché è divertente, e perché così ci lasciano sole in fretta.» Le metto una mano sulla spalla, chinandomi su di lei. «Va meglio?»
Annuisce. Ha già sollevato un po’ il volto, e si muove meno rigidamente. «Ma è comunque maleducato.»
Con un ghigno poggio la valigetta a terra, la apro e inizio a indossare l’attrezzatura. Le lenti, i guanti… «Allora, abbiamo a che fare con un cambiato impazzito. Da quanto tempo non succedeva una cosa del genere?»
«Abbastanza, ma non si può mai dire. Una predisposizione latente, un cambiamento ormonale o una fluttuazione nella Frattura, ed ecco il risultato.»
«Con cosa abbiamo a che fare?» Mi aggancio il cinturone, controllando che le fiale siano tutte al loro posto, e indosso la torcia da testa.
«Con una persona spaventata e probabilmente non in sé.»
«Ho capito, voce della coscienza, niente armi da fuoco. Qualcosa di più specifico?»
«Difficile da dire. Qualcuno violento e con istinti antropofagi, da quello che diceva l’agente.»
«Tre quarti delle creature che mi vengono in mente, insomma. Va bene, mi tengo sul generico.» Prendo un sacchetto di sale e un robusto coltellaccio di ferro, prima di richiudere la valigetta e consegnarla a Irene. «Tu hai tutto?»
Annuisce e solleva appena la sacca che porta a tracolla.
«Va bene. Mi raccomando, resta vicino a me, se senti un rumore o vedi qualcosa me lo dici e  andiamo a controllare insieme, con tutte le precauzioni del caso. Niente errori coglioni da slasher di serie B, eh?»
«Ma di che parli?»
Prima di attraversare le porte a vetri distrutte accendo la torcia per guardare dentro: calcinacci, buchi nei muri, seggiolini divelti, le pareti imbrattate dagli scarabocchi di quei fanatici seguaci dei 47, puzza di escrementi, topi e piccoli goblin che corrono a nascondersi.
«Non esattamente King’s Cross…» Abbasso le lenti sugli occhi, lasciando che i sigilli incisi sui cristalli mi aiutino a percepire aure e concentrazioni di energie. Immediatamente i malevoli occhi scintillanti di una larva incrociano i miei da quello che doveva essere lo sportello della biglietteria, prima di svanire nel buio. «Bel cesso, ma niente di speciale qui.»
«Sssh…» mi interrompe Irene. «Lo senti?»
Mi fermo e mi metto ad ascoltare. Sì, c’è una specie di basso mugolio lamentoso. Faccio cenno a Irene di starmi dietro e cerco di seguirlo. Percorro un breve corridoio e avanzo con cautela nella sala d’aspetto, passando accanto a un bar di cui rimangono solo l’insegna e un qualcosa di scuro accovacciato in un angolo, che sussurra di continuo la parola monete.
Quel che rimaneva della porta sui binari è stato divelto. Poco oltre, di fronte a un vagone arrugginito, intravedo una sagoma rannicchiata. Il lamento proviene da lì. Concentrandomi posso percepire un’aura impazzita, un turbine disordinato in cui si rincorrono il rosso cupo della rabbia e quello terroso della malattia, il marrone del dolore fisico e della confusione mentale, il nero del terrore. Sarà complicato parlarci.
«Dai Irene, cominciamo.» Non oso distogliere lo sguardo dal nostro bersaglio. Anche gettato a terra sembra parecchio grosso. Mi accovaccio a mia volta. Dietro di me sento Irene estrarre qualcosa dalla sacca, e il rumore di un accendino. Poco dopo mi raggiungono gli odori rilassanti della melissa, della lavanda e dell’arancio, accompagnati dalle parole dell’incantesimo di pacificazione della mia compagna. Lo vedo espandersi intorno a me come una sottile rete di filamenti azzurrini e arancione brillante.
«Buonasera, signore» comincio, non ottenendo nessuna reazione. «Io e la mia collega siamo state inviate dal Tribuno in persona per assicurarci che stia bene.»
L’uomo continua a gemere, e ora anche a tremare. Non so se riesce a sentirmi. Mi sollevo e mi avvicino a lui di qualche passo.
«So che in questo momento sta soffrendo e non capisce cosa le stia accadendo. È del tutto normale. Possiamo prenderci cura di lei…»
La luce della mia torcia lo raggiunge. Vedo abiti a brandelli, sangue, una testa bulbosa su cui i capelli sono solo chiazze, enormi spalle nodose su cui i muscoli si contorcono e ingrossano, premendo contro la pelle fino a lacerarla in più punti. L’odore è insopportabile, cancella quello delle piante di Irene.
«Possiamo ridurre il dolore e facilitare la transizione.» Mi avvicino ancora. Che cosa gli sta succedendo? «Se adesso…»
L’aura trema, il nero e il rosso cancellano tutti gli altri colori, si fondono. Con un urlo l’uomo si solleva e si volta verso di me. Come mi aspettavo la crescita muscolare incontrollata coinvolge tutto il suo corpo, ed è troppo alto persino per i miei standard; ma la testa, quella davvero non l’avevo prevista. La parte superiore del volto si è ingrossata e sporge in avanti, premendo sulle orbite e obbligandolo a tenere gli occhi costantemente strizzati. In compenso, sulla fronte gli si è aperto un largo terzo occhio, una palla nera che galleggia in una sclera giallastra.
Un ciclope. Cazzo. Dovevo farci venire i poliziotti.
«Vai via Irene, vai…» riesco a gridare prima che mi piombi addosso.
Mi hanno detto che i guanti che indosso sono fatti con la pelle di creature che un tempo pascolavano lungo fiumi infernali, rinforzati da lamine di ossa benedette e incise con simboli di potere dai sacerdoti di sei o sette divinità guerriere diverse. Artefatti creati per aumentare la forza e la resistenza, per permettere a quelli come me di affrontare alla pari i peggiori mostri. Ma vengo comunque sbattuta via da un solo colpo. Atterro sulla schiena facendomi un male cane, perdo le lenti, la torcia inizia a fare i capricci. Non che sia difficile notare l’uomo gigantesco che viene ondeggiando verso di me. Dov’è Irene? Mentre prego che sia fuggita e mi rimetto in piedi, prendo alla cieca una fiala dalla cintura e la scaglio ai piedi del ciclope.
Un rumore di vetro infranto, e una colonna di fiamme che esplode verso l’alto. La salamandra intrappolata fino a un attimo prima si scatena, bruciando felice nei pochi istanti che ha a disposizione prima di ritornare al suo elemento. Il calore è così intenso che mi devo fare indietro, la luce improvvisa mi acceca. Non riesco a vedere dov’è il cambiato
Un lamento, ed emerge dalle fiamme, quel poco che rimaneva dei suoi abiti e dei suoi capelli che si riduce rapidamente in cenere. Se gli ho fatto male non lo fa notare. Fanculo Irene, dovevo prenderle le pistole! Mi tranquillizza non vederla da nessuna parte, forse per una volta mi ha dato retta.
Cerco di guadagnare spazio per avere il tempo di pensare a cosa fare, ma il ciclope mi incalza. Riesco a schivare un altro colpo, ed evito il terzo lanciandomi fuori dalla sala d’aspetto e facendo intercettare il pugno dallo stipite dell’ingresso. Cerca di afferrarmi: mi infilo attraverso un’altra porta sfondata e…
E mi ritrovo nel bar abbandonato. Mi guardo attorno frenetica, ma negli sprazzi di luce della torcia non riesco a vedere nessuna via d’uscita.
Come ho fatto a intrappolarmi da sola?

(continua qui)

photo credit: contri via photopin cc

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