Fabula IV

L’autobus si è piantato in mezzo all’incrocio, provocando le proteste dei tanti ciclisti che lo devono schivare. L’autista deve aver rinunciato a cercare di farlo ripartire: fuma appoggiato alla fiancata, mentre i passeggeri si allontanano borbottando. Sono soprattutto anziani, ma anche persone più giovani e ben vestite, che forse non volevano sgualcirsi gli abiti pedalando. Una donna bellissima si muove con cautela, attenta a non sollevare troppo la gonna che le arriva fino a terra. Zoppica un po’, e a ogni passo produce un lieve tintinnio metallico.

Sto attento a non guardarla mentre la supero, svoltando verso il parco. I muri degli edifici qui intorno sono ricoperti di graffiti, e la maggior parte raffigurano il simbolo delle Alseidi, l’albero spoglio con le radici che formano un teschio. Ma anche loro si sono date una calmata, dopo le ultime retate contro le bande.
C’è sempre un po’ di gente ai margini del parco, che pedala sotto le fronde, o passeggia, o corre. Nessuno si avventura più all’interno, però: lì ci sono i faggi, e le meliadi con le loro lance assetate di sangue. Gli alberi vicini alla strada sono più gentili.
Il clima ormai è talmente incostante che è impossibile utilizzarlo per distinguere le stagioni, ma le piante continuano a vivere secondo i loro ritmi. Le foglie stanno iniziando a perdere il verde e a tendere al giallo, e le amadriadi appaiono più vecchie e stanche. Il che non impedisce a quella che sono venuto a trovare di essere rumorosa come sempre.
«Ehi! Cosa mi hai portato?» Non faccio in tempo a fermare la bicicletta sotto il suo albero che la voce mi raggiunge dalle fronde.
«Ciao anche a te, eh?» Scendo e guardo verso l’alto. Il suo volto compare a mezz’aria, la faccia magra di una ragazzina dalla pelle scura, segnata da solchi e occhiaie. Mi fa una boccaccia. Distolgo lo sguardo in fretta, non riesco ad abituarmi alla vista di quel viso sospeso nel nulla. «Potresti aggiungere anche qualcos’altro, per favore?»
Lei ride. Quando torno a guardarla la testa è completa, il volto circondato da un’arruffata nuvola di capelli rossastri o di un giallo sbiadito. C’è persino un accenno di collo. «Così va meglio?»
No, ma non glielo dico. «Ancora con l’imitazione del gatto del Cheshire?»
«È divertente! Non capisco come mai nessuno ci abbia pensato prima, a comparire e sparire a pezzi, invece che in un colpo solo! Dovresti vedere quanto gridano quelli che passano qua sotto! Peccato solo che non posso farlo anche con le altre …» Indica genericamente in direzione degli altri alberi. Avrei davvero dovuto evitare Alice.
Mi sfilo lo zaino dalle spalle e lo poggio a terra con studiata lentezza. Lei si sporge di più, e le sue mani mi appaiono davanti all’improvviso, si avvinghiano ai miei capelli e iniziano a tirarmeli. Sono mani grandi ma affusolate, con dita lunghe, sottili e ruvide, e senza unghie. «Dai, è una settimana che aspetto! Fa’ in fretta!»
«Ahia! Se non mi molli come faccio a prenderlo?» protesto, esagerando una smorfia di dolore. Lei mi lascia andare. Mi metto a sedere sotto l’albero, frugo nello zaino e tiro fuori un libro.
«È bello come quello che abbiamo finito la volta scorsa, vero?» mi chiede severa. Si era davvero appassionata a Dieci piccoli indiani.
«È… diverso. È la storia di un ragazzo che decide di passare il resto della sua vita su un albero, ho pensato potesse interessarti.»
«Mmm…» Mi guarda poco convinta, poi scatta su per il tronco. Per un attimo intravedo l’intera sagoma del suo corpo piccolo e agile, mentre si arrampica come una lucertola, per andarsi a sedere alla biforcazione di un grosso ramo un po’ più in alto. Il posto in cui si mette di solito, quello da cui si è fatta vedere da me la prima volta. «Va bene, sentiamo.»
Mi metto comodo con la schiena contro l’albero, e inizio a leggere ad alta voce. Mi ascolta in silenzio per qulibro-parcoasi due ore, finché non mi interrompo alla fine di un capitolo.
«Beh?» sbotta stizzita.
«Beh cosa? È tardi, devo andare. Continuiamo la prossima settimana.» La sento borbottare mentre recupero lo zaino. «Allora, che ne pensi?»
«È una storia strana, e non è per nulla realistica!»
«Non è realistico che un umano possa vivere tutto quel tempo su un albero? Vedi, è…»
«Ma no, mica quello. Ma com’è che non incontra mai nessuna di noi? E come fa a passare sugli alberi tutte quelle notti senza essere mangiato da una strix, o una larva, o un gatto mammone? Non ha nessun senso!»
Mi trattengo dallo scoppiare a ridere. «Vuoi che ti porti qualcos’altro?»
«…no, voglio sapere come va a finire questa stupida storia…»
Mi alzo in piedi e mi volto. È a testa in giù, accanto a me, di nuovo solo col volto visibile. Salto all’indietro e per poco non grido di spavento. Ghigna, ma non voglio darle soddisfazione e cerco di cambiare in fretta discorso.
«Sai, forse dovresti imparare a leggere.»
«Mh? Perché dovrei?»
«Non avresti bisogno di aspettare una settimana per sapere come proseguono le storie, potresti leggertele quando ti va…»
«Non saprei dove tenere i libri!»
«…e potresti continuare anche se io non dovessi più essere in grado di venire, no?»
È così perplessa che buona parte della testa e delle spalle ridiventano visibili. «Perché non dovresti?»
«Per tanti motivi… Potrei dovermi trasferire in qualche municipio molto più lontano, o ammalarmi… E poi, a un certo punto… sai come funzionano gli umani, no?» Mi sento stranamente in imbarazzo a dover spiegare a qualcuno il concetto della mia mortalità. Quando ha smesso di essere una cosa scontata?  «Tu… tu sarai qui per molto più tempo di me…»
Lei aggrotta la fronte, sembra pensarci su. Poi un sorriso le illumina il volto. «Oh no, non devi preoccuparti di quello.»
«Eh?»
«Puoi stare tranquillo, non succederà.» Si rialza, rimettendosi a sedere composta sul ramo. Ora vedo anche le sue braccia, e parte delle gambe. Guarda verso la cupola di nubi sopra di noi. «Non lo so se il sole è ancora lassù da qualche parte, ma la luce arriva ancora, è vero. Ma non è la stessa cosa di quando non c’erano quelle nuvole. È una luce anemica e sofferente. L’albero lo sente. Ha nostalgia del sole di prima. Io no, sono contenta così, ma lo capisco. E lo sento diventare sempre più debole. Sai cosa succede quando arriva l’inverno?» Scuoto la testa. Non so se mi ha visto, ma prosegue. «Io divento calva e rugosa. Sono davvero spaventosa allora, perfetta per fare scherzi! Ma non ne ho tanta voglia. Mi stanco presto e passo un sacco di tempo a dormire, e mi riprendo solo in primavera. Ma con l’albero in queste condizioni…» Passa una mano sul tronco con tenerezza. «Forse non sarà quest’anno, o quello dopo, ma presto ci sarà un inverno da cui sarà troppo difficile svegliarsi. E allora continuerò a dormire, chissà per quanto. Forse non mi sveglierò neanche più, perché altri alberi e altre creature prenderanno il nostro posto. Magari mi mangeranno…» Si stringe nelle spalle e torna a guardarmi, sorridendo entusiasta. «Quindi non c’è da preoccuparsi, visto? Possiamo continuare così!»
La fisso, cercando di far scendere piano il nodo che mi ha improvvisamente serrato la gola. Annaspo un istante per riprendere fiato, mentre mi costringo a sorridere a mia volta. «Hai… hai proprio ragione. Alla settimana prossima, allora!»
Lei annuisce. Agito la mano per salutarla, e resto a guardarla mentre torna di nuovo invisibile, poco alla volta, partendo dalle estremità degli arti per arrivare al volto. Il suo sorriso indugia qualche istante più a lungo, sospeso da solo a mezz’aria, prima di svanire nel nulla.

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