Fabula II

Da qualche notte il mio telefono squilla. Lo fa per due volte, e poi il silenzio. Qui, vicino alla Frattura, i telefoni funzionano così raramente che ero convinto mi avessero staccato la linea.
Ogni volta che succede, la piccola donna in kimono che vive nel mio bagno si affaccia alla porta. Ha la pelle liscia e bianca, e gli occhi e la bocca sono semplici fessure, ma mi sembra comunque che abbia un’espressione preoccupata. Non ha l’aria serena di quando passeggia canticchiando sul bordo del lavandino, la mattina presto, o si bagna i piedi nell’acqua rimasta nel piatto doccia dopo che mi sono lavato. 
Le prime volte ho anche sospettato si trattasse di un sogno, finché la vedova del secondo piano non mi ha aspettato una mattina sulle scale, per lamentarsi del rumore che la spaventa. Dovrebbe vedere quanto spaventa me! avrei voluto risponderle, invece ho messo su una storia di contatti fallati e di una lamentela già avanzata all’ufficio tecnico del Municipio.
«E perché non l’hai fatta davvero?» Benny me lo chiede in tono distratto, mentre zucchera il caffellatte. Mi sto già pentendo di avergliene parlato. «Oppure staccare il telefono, o aspettare accanto alla cornetta per rispondere al volo e mandare a fanculo lo stronzo che chiama. Sai, le cose che si fanno normalmente…» Il suo famiglio, che porta appollaiato sulla spalla, mi guarda con un certo disgusto. Oggi ha preso l’aspetto di una minuscola scimmia cappuccino, ma quando è in casa di solito si mostra come un coniglio d’angora nero.
«Perché, nei Municipi c’è ancora qualcuno che si occupa dei telefoni? E poi, te lo devo proprio dire? È che mi cago sotto!» Lo dico a bassa voce, per non attirare l’attenzione del tizio dietro il bancone del bar.
La scimmia si sporge a fissarmi con più attenzione. Benny non ha ancora capito che razza di spirito sia. Chi ha mai sentito parlare di un mutaforma-coniglio? continua a ripetere. La realtà è che come strega fa così schifo che anche il famiglio lo prende per il culo, ma non ho il coraggio di dirglielo. Mi sa che anche quest’anno quelli della Tenebrosa gli negheranno l’abilitazione. «Ma per cosa?» mi chiede
«Chi cazzo fa squillare un telefono che non dovrebbe neanche funzionare solo per fare scherzi notturni? Che succede se alzo la cornetta e dall’altra parte qualcosa mi risponde davvero? E…»
«E?»
«E non sono neanche sicuro che il telefono squillasse davvero così, quando funzionava. Il suono ci somiglia, ma mi sembra più stridulo, più rumoroso.» Sorrido nervoso. «Come se qualcuno lo stia imitando male…»
Per un po’ non dice niente. «Vuoi che venga a dare un’occhiata?» riesce a chiedermi alla fine. Per poco non scoppio a ridergli in faccia. Mi immagino quanto sarebbero d’aiuto lui e il suo coniglio.
È solo quando torno a casa che me ne pento. Almeno avrebbe potuto farmi compagnia. Comunque più della donnina del bagno, perlomeno. Lo sguardo mi cade sul telefono. Un brutto cordless nero appartenuto ai miei, un tempo. Sì, potrei staccare tutto. Ma non voglio. Preferisco poter credere in un contatto, o che qualcuno, chissà dove, lo faccia squillare solo per infastidirmi, che essere certo che qualcosa, da qualche parte nella mia stessa casa, aspetta la notte per urlare come un telefono rotto…

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