Fabula I

Le strade non sono più le stesse dice mia madre ogni volta che la vedo. Non lo sono più da così tanto che mi ci sto abituando. Tranne quando non sono più le stesse letteralmente.
Quella stradina lì, per esempio, c’è sempre stata? Il vecchio cartello che indica la strada senza uscita è corroso dalla ruggine, il palo un po’ storto, come fosse lì da tempo. Il portone del condominio sulla sinistra avrebbe bisogno di una verniciata, e nel box di fronte, attraverso la saracinesca semiaperta, riesco a intravedere una gran bella moto, e le gambe di qualcuno che ci sta lavorando sopra, nonostante probabilmente si metta in moto un giorno ogni cinque o sei. E in questo snervante, lungo crepuscolo che una volta sarebbe stato mattino anche le cose più familiari assumono un aspetto diverso.
C’è però il fatto che proprio non me la ricordo, questa strada. E il muro che la chiude, là in fondo, è fatto di mattoni rossi. Non c’è nulla, in questo Rione, fatto di mattoni rossi, non c’è mai stato. Almeno questo me lo ricordo. Bianco e grigio, qui, con l’occasionale edificio sbarazzino con la facciata dipinta giallo o pesca. Ma, mattoni rossi? Proprio no.
Sarà caduta qui da qualche altra parte? Chi ci vive se ne sarà accorto? Mi faccio queste domande mentre attendo il mio turno allo sportello e osservo ozioso passarmi davanti un corteo in onore di qualche spirito o divinità minore in periodo di popolarità. Uomini e donne seminudi coi volti coperti da maschere di gomma che ricordano antichi elmi, che saltellano a piedi nudi sull’asfalto a ritmo di tamburelli e si colpiscono a vicenda con delle pietre, ululando di piacere. Lasciano una scia di sangue dietro di loro, che piccoli uccelli dalle piume marroni e arancioni si affollano a leccare con lunghe lingue sottili che scivolano fuori dai becchi. Questi sono sicuro che prima non ci fossero.
Chiamano il mio numero. Mi allontano dalla porta e corro allo sportello, consegnando il plico contenente i documenti e il modulo per la candidatura alla donna dall’aria annoiata dall’altra parte del vetro. La ricevuta che mi rilascia è la ventiseiesima solo di oggi. Il concorso per Operatori Spiritici Municipali è per cinque posti, alcuni dei quali sicuramente già promessi a qualcuno. Sarà difficile anche stavolta.
Quando lascio l’ufficio, la strada senza uscita non è più lì. Al suo posto ora c’è un banalissimo muro grigio, su cui qualcuno ha disegnato con vernice rossa lo schizzo di un corno sovrapposto al numero 47. Mi allontano in fretta, raggiungendo e superando il corteo di prima. Si sono fermati mentre uno di loro discute con una coppia di vigili. Si è tolto la maschera, tra i suoi capelli ricci sbucano un paio di corna ricurve.
Le strade non sono più le stesse, no. Ma mi ci sto abituando. Credo.

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